Visualizzazione post con etichetta Danilo Montaldi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Danilo Montaldi. Mostra tutti i post

mercoledì 15 novembre 2023

Book City Milano a Cremona, “Ri-letture”: Milano, Corea Con Mauro Ferrari, domani Giovedì 16 Novembre alle ore 19:00



 

"Ri-letture”: Milano, Corea

Con Mauro Ferrari

 

L’incontro è dedicato al libro Milano, Corea (Donzelli), di Franco Alasia e Danilo Montaldi, insieme al sociologo Mauro Ferrari, che ripercorre la vicenda e la genesi del testo, tra interviste e storie di immigrati a Milano tra gli anni Cinquanta e Sessanta, rileggendo una storia che trova rispondenza con le grandi migrazioni di oggi.

Incontro del ciclo “Ri-letture”, a cura di Mario Feraboli e Marina Volonté, in collaborazione con Porte Aperte Festival.

L'incontro avverrà alle ore 19.00 al Museo Archeologico San Lorenzo,Cremona.



fonte

giovedì 10 giugno 2021

Lasciare un segno nella vita. Omaggio a Danilo Montaldi

 



Esce Lasciare un segno nella vita. Danilo Montaldi e il Novecento.

Ricordiamo l'opera, fondamentale, di Montaldi, che conserviamo nei nostri scaffali.

Ricordiamo la Cicci, Orlando, il Teuta, el Balos e il Fiu nascosto su per il camino.

venerdì 29 giugno 2018

Danilo Montaldi 1968


Imparare dalla Leggera. Oggi un incontro su Danilo Montaldi al PAF


Imparare dalla Leggera

Fabrizio Biondi e Anna Lazzarini, nel contesto del PAF, all'interno del cortile dell'Archivio di Stato oggi ricorderanno Danilo Montaldi e la sua opera. 
Alle 15 saremo ad ascoltarli. 

martedì 26 luglio 2016

Danilo Montaldi, Edizioni Colibri

 
«Questo saggio non intende considerare i diversi momenti della storia del Partito comunista in Italia in senso lineare e statico, in quanto mi pare che per comprendere ognuno dei periodi nei quali si è cristallizzata l’azione politica dell’organizzazione sia necessario superare i limiti cronologici nei quali un insieme di processi si è sviluppato e determinato. Tale metodo di trattare l’argomento non è esente, probabilmente, da alcuni, irrimediabili, salti logici, e da una serie di interni squilibri: può essere che a certi episodi della vita del PCdI e del PCI sia stato dato troppo spazio a scapito di altri, egualmente meritevoli di attenzione e di riflessioni. Tra questi, potrei citare diverse situazioni, grandi e piccole, del passato e di tempi più vicini a noi; certamente non ne sfuggiranno altre al lettore. Ma, da una parte, molti problemi sono stati chiariti, recentemente, con maggiore conoscenza di causa che non sia la mia, da autorevoli ricercatori e studiosi, dall’altra si tratta, in questo saggio, di una ricerca volutamente parziale, tesa a far emergere, semmai, quanto di più interno, di più vicino alla classe l’attività comunista in Italia presume, fin dalle sue origini.» 

 Inoltre, mi rendo perfettamente conto di quanto sia insufficiente una critica che si eserciti quasi unicamente nei riguardi della linea politica dell’organizzazione. Infatti, quando anche venisse dimostrato che "la linea" è tutta fondata su erronee interpretazioni della realtà italiana e internazionale (e, di questo fatto, non sono pochi i militanti del PCI, dall’alto in basso, che ne sono convinti, ma secondo loro è un problema di strategia non incrinare, in modo alcuno, l’organizzazione), rimarrebbe pur sempre il problema di capire perché e come mai il proletariato italiano ha considerato, pur tra strappi e pause, il PCI come il proprio partito rappresentativo di massa, lungo i decenni di un’incessata battaglia. È che le organizzazioni politiche hanno uno spessore, una corposità e una dimensione più vasti di quanto esprima semplicemente "la linea", la quale è uno soltanto – anche se, alla fine, determinante per il suo sviluppo a lunga scadenza – degli elementi di vita dell’organizzazione.
Nell’analisi della formazione di determinate tendenze negative nella condotta del Partito comunista in Italia, mi sono guardato dal ricorrere, sia pure involontariamente, alle facilità della retrodatazione: prima di tutto, tale modo di procedere è stato troppo usato dalla storiografia ufficiale del PCI, sia per valorizzare l’opera di determinati dirigenti sia per screditare definitivamente quella di altri, perché si possa, semplicemente e in termini capovolti, utilizzarla, oggi, nei riguardi di uomini e di particolari situazioni di movimento, contro lo stesso PCI ; poi, è un metodo che ridurrebbe ad astratta razionalità un’opera vasta, fitta, difficilmente interpretabile se si tiene conto che essa è tuttavia in relazione con la classe nuova nella storia, con il proletariato, i cui momenti organizzativi, di reazione, di coscienza e di volontà, non sono facilmente accostabili nell’uso di criteri volgarmente ammessi. Sappiamo, per esperienza, che la lotta di classe è asprezza, dissonanza; inutile cercare di ottenere, dal bronzo della storia, logiche armonie che ci soddisfino razionalmente. Nel libro, viene spesso ripercorsa la traccia delle opposizioni interne ed esterne al PCI in quanto esse costituiscono un insieme di elementi che vanno intesi in un divenire; esse consentono infatti di capire il dopo, che ha avvio dal periodo ’68-69, che stiamo vivendo.
Così si parte, nel presente saggio, da punti, molto spesso, assai lontani, per arrivare sempre, e di continuo, al presente, a questa chiara e difficile situazione, sovrastata, per quanto concerne il PCI, da una politica negativa in quanto chiusa alle possibilità cui aspira la classe operaia da quando essa ha coscienza di sé. E qui entrerebbero in causa le difficili relazioni che sono state di gruppi dirigenti dei partiti operai, in Italia, con la teoria rivoluzionaria, con il marxismo.
Dove, nel saggio, ed è tutta una prima parte di lavoro, si discute, dal passato al presente, delle caratteristiche teorizzazioni di Togliatti, si vuole anche vedere chiaramente di che si componga l’insistente interpretazione della società italiana, condotta con un metodo che sta tra lo storicistico e il positivistico, sancita da un gruppo dirigente che ha segnato di un orientamento complesso, ma tutt’altro che marxista, il divenire dell’azione comunista nel Paese. Secondo me, non si insisterà mai abbastanza sulla necessità di eliminare dalla coscienza collettiva comunista l’ipoteca posta su di essa dall’indottrinamento d’origine e derivazione staliniana e togliattiana. Frequenti saranno dunque i richiami a Bordiga, a Gramsci; ma il problema non consiste in una partigianeria di cognomi, di tendenza. E, di questo, penso ci si possa rendere conto alla lettura delle pagine che seguono, che vogliono dare materiali per una storia tuttora inconclusa. Anche per questo, ogni paragrafo tende a essere il principio e il termine del saggio.
Problema essenziale di questo lavoro è di contribuire, insomma, alla lotta in corso contro un potere disumano, nel rinnovato assalto che, dopo anni di attese tattiche, si muove alla ricerca di una visione di strategia.
Al di là della polemica contro istituti retrivi, affermati o in divenire, se dalle pagine che seguono appare, in qualche modo, l’indicazione di un utile orientamento di pensiero e di azione, esse possono pretendere al diritto di non essere state scritte invano.»

  
dalla “Premessa” di Danilo Montaldi
http://www.colibriedizioni.it/

giovedì 7 luglio 2016

Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia 1919-1975, Edizioni Colibrì



 

E' uscito il volume Saggio sulla politica comunista in Italia di Danilo Montaldi, per Colibrì Edizioni.

A proposito del Partito Comunista Italiano, Natalia Ginzburg scriveva;

Vorrei che il Partito comunista fosse numeroso e forte. Però vorrei che la sua forza riuscisse a non assumere i connotati del potere politico. Vorrei che fosse una forza di natura perplessa, dubitosa, pessimista e incerta. Una forza fatta, se così si può dire, di precarietà e fragilità […] Vorrei che il Partito comunista andasse al governo. Vorrei però che andasse al governo senza diventare mai un partito di governo. Vorrei che, nell’andare al governo, ci andasse non già con le caratteristiche dei vincitori ma con quelle dei perdenti. Vorrei che riuscisse a governare senza mai smarrire il bene supremo dell’incertezza e della fragilità.
Si dirà che, in questo modo, i governi non reggono nemmeno un giorno. Eppure deve esistere la possibilità d’una forza che rifiuta i connotati ottimisti della vittoria, e conserva, nella vittoria, il pessimismo degli sconfitti. D’una forza che conserva il ricordo delle persecuzioni viste o subite e detesta la forza al di sopra di ogni cosa.

Arabeschi, in Natalia Ginzburg, Non possiamo saperlo. Saggi 1973-1990, a cura di Domenico Scarpa, Torino, Einaudi (tratto da Lettere da vicino. Per una possibile reinvenzione della sinistra, a cura di Laura Balbo e Vittorio Foa, Torino, Einaudi, 1986, pp. 118-121)

stessa fonte del post appena precedente