Ho incontrato la prima volta
Pia Pera a Milano, nella sede della Garzanti, dove lavorava, verso la
fine degli anni Ottanta. Da come era vestita, e come sorrideva, mi
sembrò una simpatica signorina inglese. Ovviamente non glielo dissi, ma,
parlando dei comuni interessi per il mondo slavo, mi fece sapere che
aveva studiato in Inghilterra. Era stata allieva di Isabel de Madariaga,
autrice di fondamentali studi come Caterina di Russia (Einaudi, 1988) e Ivan il Terribile
(Einaudi, 2006). Pia Pera si era occupata dei “vecchi credenti”: quei
fanatici ortodossi con le barbe, perseguitati dal “modernizzatore”
Pietro il Grande. Pubblicò, di lì a poco, quando ancora nutriva
legittimamente delle speranze di una carriera universitaria, uno studio
scritto come un romanzo: I vecchi credenti e l’anticristo (Marietti, 1992). Pia Pera aveva anche curato l’edizione del primo testo letterario russo, composto da un “vecchio credente”: Vita dell’arciprete Avvakum scritta da lui stesso
(Adelphi, 1986): un libro che, in un certo senso, le corrispondeva, per
quel misto di passione e attenzione alla quotidianità. Fu questa la
prima di molte belle traduzioni dal russo: dai classici, come Puškin e
Lermontov, ai contemporanei, come Leonid Dobyčin, La città di Enne
(1935) che le pubblicai da Feltrinelli nel 1995. In quella occasione,
Pia Pera scrisse una postfazione di grande finezza e cultura, che
sembrava un racconto: L’utopia dei cortovedenti.
Per sostenere la sua tesi, ci costrinse a pubblicare anche una vecchia e
tristissima foto-ritratto di Dobyčin con lo sguardo da incurabile
miope.
Ci frequentavamo spesso in quel periodo, perché abitavamo vicini,
dalle parti di Piazza Risorgimento: partecipammo entusiasti
all’inaugurazione della squisita Pasticceria “Sissi” e a quella di un
improbabile ristorante siciliano (oggi sardo), gestito da un bizzarro
ex-carabiniere, suo grande ammiratore. Se passava un russo da Milano, mi
invitava a cena; altrettanto facevo io quando capitavano dei polacchi:
la vodka c’era sempre. A Pia Pera e a Mauro Martini (che divenne anche
suo amico ed estimatore) debbo quasi tutto quel poco che so della
Russia.
Poi, e nessuno se ne stupì, Pia Pera iniziò a scrivere e pubblicare suoi romanzi. Il primo,
La bellezza dell’asino
(Marsilio 1992) erano una raccolta di racconti onirici che mostrano
quanto il mondo possa essere completamente diverso, persino capovolto,
se osservato e analizzato da un’altra prospettiva, collaterale, ed
estraniante. Racconti uniti dal tema della Bellezza, che c’è sempre, da
qualche parte, e che ognuno di noi scova: anche in un asino. Queste
storie, inspirate dal
Sogno di una notte di mezza estate, ebbero un certo riscontro di critica. Ebbe maggior successo di pubblico
Diario di Lo
(Marsilio 1995), il racconto dal punto di vista di Lolita della vicenda
narrata da Nabokov, le procurò molti positivi riconoscimenti ma anche
un sacco di grane legali, in seguito alla traduzione in inglese. Il
figlio cantante ed erede di Nabokov, la denunciò per “appropiazione
indebita del personaggio” e la costrinse a ritirare il libro (negli
stessi anni, sempre a Londra, la Feltrinelli, detentrice mondiale dei
diritti di Pasternak, intentò con successo una causa contro lo scrittore
inglese che aveva scritto il seguito de
Il dottor Zivago).
Così Pia, dopo aver abbandonato l’idea di insegnare storia e letteratura
russa o lavorare stabilmente per l’industria editoriale, perse la
voglia anche di scrivere racconti e romanzi.
Ho sempre pensato che in Pia ci fosse un forte bisogno di sognare,
non in astratto, ma immaginare di fare e realizzare qualcosa di bello e
giusto. Prese a viaggiare in Francia sulle tracce di un’utopia moderna
reale. Pubblicò un libro molto strano:
L'arcipelago di Longo Maï. Un esperimento di vita comunitaria, (Baldini e Castoldi, 2000). Nell’introduzione, scriveva: "
Longo Maï
significa ‘lungo maggio’ in lingua provenzale, un augurio e una
speranza per questo esperimento di vita comunitaria nato appunto in
Provenza nel 1972 e diffusosi in seguito in vari paesi europei. Sono
numerosi gli esperimenti sociali ed economici con l'obiettivo di
prescindere dalla logica del profitto e attuare l'autogestione; centri
sociali, banche alternative, cooperative di produzione e di servizi.
Arrivata ormai alla seconda generazione, Longo Maï fornisce spunti di
riflessione critica a un modello di aggregazione possibile in un
progetto comunitario flessibile, mutevole e soprattutto capace di
realizzare l'ideale anarchico, ispirato ai principi del socialismo
utopico e all'impulso libertario del '68”. A quell’esperienza fece
seguito un certo malinconico disincanto. Ma era come se avesse toccato
qualcosa che, pur nella delusione rispetto ai risultati, non le
permetteva più di vivere serenamente la vita di Milano e dei suoi
complicati ambienti.
Col nuovo secolo accadde che ereditò un casolare appena fuori Lucca
circondato da un bell’appezzamento di terreno, alle pendici di una
collinetta che schermava il vento proveniente dal mare. Inizialmente
pensò di usarlo come luogo di vacanza, riposo e scrittura. Il ritorno
nella sua città natale, dalla quale se n’era andata giovanissima, non
era facile, così come il rapporto con il padre, noto giuslavorista, e la
famiglia che là ancora abitava. Aveva spiegato questo disagio in un
perfetto saggio-racconto intitolato
San Michele e il drago
(“MicroMega”, n. 3, 1997; pp. 85-90), dove leggeva la sua città e i suoi
rapporti famigliari guardando dalle spalle l’elegante Chiesa di San
Michele con le sue statue “volutamente costruita più in cielo che in
terra”. Pia Pera raccontava il suo rapporto con la natura attraverso le
lunghe passeggiate fatte col padre: “si cammina per sentieri di montagna
spesso infrascati, attraverso letti di torrenti, si guardano le pievi
che da quelle parti sono severe e bellissime, la sera si mangia e si
gioca a carte”.
Col passare del tempo, quel casolare un po’ isolato e quel giardino
da anni incolto l’attirarono definitivamente a sé, realizzando un sogno
che aveva sin da bambina: “Non so da dove mi venga l’impulso ostinato
che mi porta all’orto e al giardino, o meglio, all’orto/giardino, visto
che per me fanno tutt’uno. (…) Ero ancora una bambina confinata in un
appartamento di città e provavo intenso il desiderio di possedere
quattro metri quadrati di terra tutti miei per crescerci le mie piante,
delimitare un confine inviolabile. Finché i miei – nonni, genitori, zii,
l’intera famiglia allargata – non hanno deciso di trasferirsi in una
grande casa di campagna, circondata da un boschetto di lecci e di tigli e
affiancata da due poderi. I quattro metri quadrati si sono dilatati in
altrettanti ettari. Spaesata da tanto spazio, mi aggiravo tra gli
alberi, li visitavo uno per uno. Lì è avvenuto anche il primo impatto
con l’orto…”. La parte “inglese” di Pia, imbevuta degli incanti de
Il giardino segreto
(1911) di Frances Hodgson Burnett, prese il sopravvento. Riscoprì che
stare in mezzo alle piante, agli alberi e ai fiori le dava una grande
serenità, che forse non aveva mai avuto, in modo così prolungato. E
anche tutti i libri che, fino a quel momento, aveva letto, trovavano un
senso vero tra i colori e i profumi del suo giardino: “Avevo scoperto
che i campi erano per me una grande tela su cui dipingere, un quadro che
avrei terminato solo al momento della mia morte. Mi era impossibile
giustificare questo cocciuto desiderio di dipingere su quella tela a
scapito di qualsiasi altra attività, ma così era. Il podere esercitava
su di me un’attrazione che non sapevo spiegare”.
Tornava a Milano per lavoro e per incontrare gli amici, ma era come
fosse ormai sempre là. La solitudine agreste sembrava non pesarle.
Sistemò il casolare trasformandolo in una bellissima casa piena di
libri, quadri e mobili. Il giardino rimaneva in gran parte pieno di erbe
spontanee, portate lì dal vento e dagli uccelli. Non osava toccarlo. Fu
allora che scoprì il botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka
(1913-2008), pioniere dell’agricoltura naturale e del non fare. Il suo
libro-manifesto
La rivoluzione del filo di paglia (LEF, 1980)
si ispira al concetto del Mu (che, in giapponese, significa “senza” o
anche “nessuno”), che è il nucleo dell'insegnamento del Buddhismo Zen.
Fukuoka chiamava le sue pratiche di coltivazione: “agricoltura del Mu”.
Per lo Zen, l'Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui
ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior
modo di agire sia "senza” agire, lasciando libero il campo a quel
"meccanismo di autoregolazione della Natura che può manifestarsi
soltanto se non gli si fa violenza", rispettando, ad esempio,
nell'agricoltura, i suoi orologi interni ed esterni, atmosferici. Pia
Pera sposò questa filosofia, ma non era nel suo carattere alcuna forma
di fanatismo. Per questo motivo, nella pratica del suo orto e del suo
giardino, attuò solo in parte le idee di Fukuoka, lasciando libero
spazio alla sua fantasia, all’intuito e al buon senso che le suggerivano
i contadini toscani, o qualche altro “ex cittadino” fuggito in
campagna, dei quali era diventata buona amica. Quel giardino e
quell’orto erano il suo “regno”. Centinaia di varietà di fiori, verdure e
piante (alcune recuperate da semi antichi fatti arrivare da una banca
londinese) conferivano al luogo un aspetto di giungla attraversata da
ordinati vialetti. Pia accarezzava delicatamente le piante, passandoci
sopra il pettine della sua mano. Grazie a lei ho imparato a riconoscere,
e amare, tra le tante piante che non conoscevo, il “Tasso barbasso”.
Pia Pera iniziò a raccontare quella sua esperienza di cittadina
trasferitasi in campagna alle prese con le piante e i fiori
indisciplinati: “Non chiamatele ‘erbacce’: le erbe spontanee sono ospiti
della mia terra!”. I suoi testi dimostrano competenza, saggezza e
poesia. Chi l’aveva persa di vista, rimase colpito nel leggere le pagine
straordinarie del suo libro
L'orto di un perdigiorno. Confessioni di un apprendista ortolano
(Ponte alle Grazie, 2003; TEA, 2015). Non è un manuale di giardinaggio,
ma un racconto letterario-botanico che si colloca nel solco dei libri
di Ippolito Pizzetti (
Robinson in città. Vita privata di un giardiniere matto, Archinto, 1998), o ancor più di Paolo Pejrone (
In giardino non si è mai soli. Diario di un giardiniere curioso, Feltrinelli 2002;
Il vero giardiniere non si arrende,
Feltrinelli 2003). In più, Pia Pera aggiunge alle sue pagine una
squisita vena letteraria che la fa accostare a libri come Rudolf
Borchardt,
Il giardiniere appassionato (1968; Adelphi 1992).
Opera di Renoir.
Pia iniziò a riflettere sul suo nuovo lavoro e sugli obiettivi che si era data. Pubblicò
Il giardino che vorrei
(Electa, 2006; Ponte alle Grazie, 2015): “Il giardino che vorrei mi
sarebbe piaciuto leggerlo all’inizio, quando ho avuto a mia disposizione
un podere: ero piena d’amore e d’entusiasmo, ma le mie idee erano
quanto mai vaghe. Adesso sarei pronta a ricominciare da capo, non fosse
che – nel frattempo – mi sono affezionata al mio, seppure imperfetto,
giardino”. Ma non si dedicava soltanto al giardino e a scrivere di esso.
Manteneva contatti con varie organizzazioni legate alle piante e
appoggiava le azioni dei “guerrilla gardens”, che nelle città compiono
semine clandestina di spazi abbandonati. E collaborava con artisti, come
quando scrisse per Gianna Nannini tutti i testi di un’opera rock:
Pia come la canto io (2008), ispirata a Pia de’ Tolomei, protagonista del Quinto Canto del
Purgatorio.
I testi sono altamente poetici e uniscono suggestioni antiche,
medievali a valenze e sapori moderni e contemporanei, con un duro
plurilinguismo, con accenni anche al triviale, alla maniera dantesca.
Più “militanti” e pratici sono i volumi successivi, frutto dell’ insegnamento attraverso il suo sito web e conferenze:
Contro il giardino dalla parte delle piante (Ponte alle Grazie, 2007) e
Le
vie dell'orto. Coltivare verdura e frutta sul balcone, sul davanzale o
in piena terra e difendere il proprio diritto alla semplicità
(Terre di mezzo, 2011). L’orto e il giardino sono ormai un lavoro non
soltanto pratico, ma anche di riflessione, aggiornamento, scoperta di
tecniche e trucchi. Pia vuole comunicare agli altri la realizzazione
della sua piccola utopia e la felicità che le viene dallo stare a
contatto con la natura. Il lavoro nel giardino le pare un lenitivo, una
terapia, e una prevenzione contro i mali del mondo contemporaneo:
Giardino & ortoterapia. Coltivando la terra si coltiva anche la felicità (Salani, 2010).
Ma poco dopo avviene il patatrac: una gamba che non si muove bene,
analisi che non chiariscono niente, l’aggravarsi dello stato generale di
salute, la diagnosi di un progressivo stato degenerativo… Pia continua
come può a vivere il suo giardino, anche se i fiori a poco a poco non li
può più curare, e la terra non riesce più lavorarla. Si accentua
inevitabilmente la sua simbiosi ed identificazione con esso: “È
cresciuta l’empatia. La consapevolezza che, non diversamente da una
pianta, io pure subisco i danni delle intemperie, posso seccare,
appassire, perdere pezzi. Non sono più un osservatore esterno. Mi trovo
io stessa in balia. Questo ispira un sentimento di fratellanza col
giardino.
Altrettanto indifesa, altrettanto mortale. Quasi fossi io il
giardino”. Tutto questo è narrato in un volume che rimarrà a lungo nei
cuori dei lettori:
Al giardino ancora non l’ho detto (Ponte
alle Grazie, 2016). Non si tratta più di un libro di botanica
alternativa né di riflessioni letterarie sulle piante e gli orti: questo
è un libro che, pur non nascondendo la malattia e la sofferenza,
infonde una grande serenità, in un senso di equilibrio e fatalità che la
Natura trasmette a chi sa starci dentro e rispettarne le leggi. Il
giardino è il contraltare della malattia. Le piante che soffrono,
sembrano essere solidali con il giardiniere ammalato. Pia ascolta e si
ascolta, e racconta quello che le accade nelle corsie degli ospedali, i
pensieri che la assalgono di notte, i brani letterari (soprattutto russi
e inglesi) che le tornano in mente a proposito di ciò che le accade e
non la fanno sentire sola. Accetta un po’ alla volta, con calma, di
“essere qualcosa di piccolo e indefinito, un puntino nel paesaggio”. Il
libro ha l’andamento e il tono di un diario di una discesa e un po’ di
un prezioso testamento che non manca di ricordarci che “il vento è
disegnato dai petali del susino che cadono leggeri”.