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giovedì 27 ottobre 2016

"Ancora sulla traduzione". Dedicato a Federico Biolchi che molto si interroga su questo e magnificamente traduce


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La critica della traduzione che Cervantes mette in bocca a Don Chisciotte è davvero insuperabile. Ha l’impressione, dice, che quando si traduce da una lingua a un’altra, è come se si osservasse un arazzo fiammingo dal retro. «Le figure si vedono ancora, ma sono un groviglio di fili che le rendono confuse e non appaiono nella loro bellezza e perfezione come da diritto… Non voglio dire però che questo bisogno di tradurre non sia lodevole».

                                dalla presentazione di  Thomas Mann, Traversata con Don Chisciotte, prefazione di Lionel Richard, Medusa edizioni

domenica 16 ottobre 2016

La traduzione

A Tacito si offrì come interpretatio, ed è un concetto che oggi sfugge ai nostri conchiusi monoteismi agnostici: comprendere le proprie categorie grazie a quelle altrui, e viceversa. 
Non si dà impermeabilità, ma uno sforzo sereno, più antico del suo principio contrario, a prendere il giro più lungo, dove la traduzione linguistica è soltanto meta e superficie visibile; sotto, sta il divertimento di menti che leggono una forma di vita, e il tentativo di ricollocarla nel presente.
Il testo - Paradise Lost in questo caso - è quindi un labirinto equo, dove chiunque può vagare; tuttavia, va da sé che l'efficacia del perdersi sia da misurarsi sulla solidità delle pareti.

Federico Biolchi, a cui dobbiamo la traduzione dei primi versi del Paradiso Perduto

giovedì 7 luglio 2016

cosa pensa Natalia Ginzburg della traduzione?



Alcuni pensano che gli scrittori traducano meglio degli altri. Io non lo penso. Penso che qualche volta traducono bene e qualche volta male. Penso che per uno scrittore, il tradurre un testo amato possa essere un esercizio quanto mai salubre, corroborante e vitale. A patto, però, che lo prenda come un esercizio, e si comporti non da scrittore ma da traduttore, tirandosi in disparte il più possibile, cacciandosi il più possibile in un punto nascosto […] Non penso che lo scrittore debba compiere, nel tradurre, un atto di appropriazione. Credo che debba il più possibile far sparire se stesso. Il suo stile, che non adopera, gli langue nelle mani come uno strumento inutile. Tuttavia non se ne può separare nel pensiero, essendogli impossibile nel pensiero separarsene mai, e di tanto in tanto lo accarezza dentro di sé in segreto, pensando al tempo in cui lo userà di nuovo.

Natalia Ginzburg, Nota del traduttore, in La signora Bovary, pp 391-392, Torino, Einaudi (traduzione da Gustave Flaubert, Madame Bovary, 1857), prima edizione: 1983.





Scoperto, passando da qui.