“Non abbiamo nulla in comune, non ci lega nessuna emozione comune, nessun ballo popolare, nessuna chiesa; anche la noia, la viviamo in modo diverso. Non rientriamo in nessuna categoria di interpretazione politica; il nostro voto è imprevedibile, spesso nullo, frutto più della delusione che della collera. Questa classe di lavoratori di nuovo tipo non è la classe stereotipata che ci si immagina. Pettorina blu e muscoli non ne sono più i simboli. Appartengono a questa classe giovani, vecchi, straccioni di tutte le età esposti a contratti precari, al lavoro interinale, all’insicurezza economica, isolati dal resto della comunità tramite i contratti a tempo determinato o queste nuove forme di impiego gestite in modo anonimo da addetti e da applicazioni che impediscono qualsiasi incontro tra colleghi. Non ci incrociamo quando svolgiamo i lavori, non si crea alcun legame tra noi. Questo risparmia più di una preoccupazione ai datori di lavoro: nessun sindacato, nessuna pericolosa aggregazione del personale. Nulla ci avvicina nonostante la comune indigenza. La compartimentazione è così efficace da dissolvere nel silenzio e nell’invisibilità ogni occasione di protesta”.
Franck Courtes

"Alla parola che celebra se stessa nei riti dell'estetismo, alla «poesia
monologica» di un Gottfried Benn, Ingeborg Bachmann oppone una
letteratura «rivolta con tutta la sua essenza ad un Tu», una poetica
dell'«immaginazione sensoriale». [...] La sfida dell'Invocazione non
occulta il male dell'Orsa, ma lo raffigura in tutta la sua terribile
potenza. In questo senso Ingeborg Bachmann si fa portatrice di una
moderna poetica del sublime, che riconosce la grandezza dell'uomo nella
sfida che egli rivolge alle potenze che lo sovrastano. Se Dio non abita
nel mondo e se la storia è visitata dal male, se l'uomo è estraniato da
se stesso, spetta al canto poetico testimoniare messianicamente la
verità. Il non-rivelarsi di Dio, la sua «presenza-assenza» — un concetto
che lega Ingeborg Bachmann a Simone Weil e a Wittgenstein, e ancora più
indietro a Hölderlin — si rovescia così nella trascendenza mistica
della parola. Ogni poesia è in questo senso Anrufung: preghiera,
invocazione e chiamata in giudizio al tempo stesso." (Dallo scritto di
Luigi Reitani)




