In
queste pagine troverete non solo una ricostruzione storica, ma
soprattutto una proposta: usare il luddismo come lente per interrogare
il nostro rapporto con la tecnica, con il lavoro, con la comunità.
Dal 6 marzo in libreria
Descritto dai suoi detrattori come un rigurgito
violento e retrogrado nei confronti di un progresso tecnologico
ineluttabile, la rivolta luddista di inizio Ottocento non fu un semplice
rifiuto della tecnologia, ma una consapevole critica – martello in mano
– dell’idea che ogni trasformazione sia di per sé positiva, che la
crescita sia sempre un valore, che il futuro sia un’inarrestabile corsa
in avanti. Una visione quanto mai attuale in un’epoca come la nostra
dominata dalla retorica dell’innovazione e della velocità.
prefazione di Marco Aime
Chi era realmente il generale Ned Ludd, il
mitico «amico dei poveri» che incitava i tessitori inglesi a difendere
con ogni mezzo le proprie comunità artigiane dalla travolgente avanzata
delle macchine? Dietro questo nome leggendario si celava di fatto un
movimento che all’alba della rivoluzione industriale – in un peculiare
intreccio di rivoluzione e tradizione, di utopia e critica radicale –
osò sfidare i dogmi dell’utilitarismo e la spietata brutalità del nascente capitalismo.
Una resistenza lungimirante e creativa che grazie alle originali
modalità impiegate, insieme offensive e ludiche, ci restituisce il vero volto dei luddisti: non semplici sabotatori, ma artigiani
e contadini mossi da una visione sociale del tutto refrattaria a quella
mercificazione della vita che stava prendendo il sopravvento. Lungi dall’essere fievoli echi di un passato remoto, le
voci dei luddisti risuonano più potenti che mai in questa nuova era
scandita dagli algoritmi. E ci sollecitano ancora una volta a domandarci
dove conduca davvero la strada del «progresso».
Eludendo lo sguardo ordinatore dello Stato, si è
affermata una moltitudine di archivi scomposti, fluttuanti e sempre in
movimento che con il loro sguardo dal basso rappresentano
un’archivistica in cui il metodo è più un’attitudine che un
comandamento. Attraversati da dinamiche molto poco archivistiche che
ignorano protocolli, titolari e fascicoli, questi archivi «anomali» sono
i protagonisti di una liberazione di ampia portata capace di
configurare una memoria veramente collettiva.
prefazione di Leonardo Musci
Storicamente, la «natura» dell’archivistica
rimanda alla concezione gerarchica propria degli archivi di Stato,
monoliti ammantati di rigore giurisprudenziale e modellati su esigenze
di centralizzazione che hanno profondamente influenzato la dottrina e la
prassi tradizionali. Tuttavia, a partire dalla seconda metà del
Novecento è esplosa una varietà di forme archivistiche inedite e
orizzontali che mettendo al centro gli individui e le comunità, a
discapito delle istituzioni, hanno operato un ribaltamento di
prospettiva rivoluzionario. E così, scorrazzando felicemente
fuori da steccati disciplinari troppo rigidi e incapaci di contenerli,
questi archivi liberati – non solo «dei movimenti sociali» ma anche «di
comunità», «partecipati», «living archives» – hanno messo in discussione
con le loro carte irrequiete l’idea stessa di un sistema archivistico
governato dall’alto, giocando un ruolo decisivo nella costruzione di una
memoria «altra». Un allargamento radicale dell’idea di archivio
che senza rinunciare a un orizzonte disciplinare propone
un’archivistica al passo con i tempi: trasversale, partecipativa, aperta
al dialogo e immersa nella società.
LORENZO PEZZICA (Lovere
1965) insegna Archivistica digitale presso l’Alma Mater Studiorum
Università di Bologna e fa parte dell’Archivio G. Pinelli di Milano.
Autore di numerosi testi di archivistica, tra cui L’archivio liberato (2020), con elèuthera ha inoltre pubblicato Le magnifiche ribelli 1917-1921 (2017), La rivoluzione comincia ora (2022) e Carte irrequiete. La memoria dei movimenti (2025) scritto con Federico Valacchi, e curato le raccolte di scritti di Michail Bakunin, Viaggio in Italia (2023), e di Luce Fabbri, Critica dei totalitarismi (2023).
FEDERICO VALACCHIè
professore ordinario di Archivistica presso l’Università di Macerata.
Ha studiato il rapporto tra archivi e tecnologie dell’informazione con
particolare riferimento alla dimensione critica dei processi di
dematerializzazione. Più recentemente si è dedicato all’analisi del
ruolo pubblico e politico degli archivi, sviluppando il concetto di
archivistica attiva e insistendo sul rapporto tra archivi e coscienza
civile. Con elèuthera ha pubblicato Carte irrequiete. La memoria dei movimenti (2025) scritto con Lorenzo Pezzica.