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venerdì 22 agosto 2025

Günther Anders: Visit Beautiful Vietnam

 


Visit Beautiful Vietnam, il cui sottotitolo originale recitava ABC delle aggressioni (ieri come oggi) raccoglie i testi che Günther Anders ha dedicato alla guerra del Vietnam. Membro del Tribunale Russell che nel 1967 condannò i crimini di guerra compiuti dall’esercito statunitense, Günther Anders sostiene che la guerra del Vietnam ha inaugurato un nuovo tipo di guerra. Una guerra in cui la superiorità della forza armata dell’aggressore è tale che l’esito del conflitto appare fin dall’inizio scontato, senza speranza per l’aggredito. Ma non per annettere una nuova provincia all’impero; lo scopo dell’aggressione è costringere la parte attaccata a riconoscere una forma di tutela morale, accettando di entrare nella zona di influenza politica dell’aggressore.
Di questo libro, finora inedito in italiano, proponiamo qui due voci che sembrano interpellare più che mai il nostro presente.

(da Libreria Ponchielli)

martedì 22 maggio 2018

Un'Ora 
Da un' idea di Giovanni Uggeri

Microconferenze, letture, autobiografie,
omaggi a, racconti, esperienze, ipotesi,
visioni
  
ORALITÀ, COMUNICAZIONE, CONDIVISIONE 

Venerdì 25 Maggio 2018 ore 18:00
Libreria Ponchielli 



 (e se piove? e se piove “è tempo di bagnarsi”come diceva Jack London)

Presentazione dei libri
"“Parole di Luna di Sandro Hamisia
*
Dell'incompatibilità. Tra nucleare e violenza” di Günther Anders, a cura di S-edizioni, 2018

  
Parole di Luna”
lettura poetica di Sandro Hamisia

Sandro Hamisia è nato il 7 Agosto 1948 a Cesole di Marcaria in provincia di Mantova e vive a Piadena in provincia di Cremona. Fin da bambino si dilettava a scrivere pensieri e sensazioni su foglietti di carta che poi lasciava vagare nello spazio o infilava tra le pagine dei pochi libri di casa.
Da sempre considera le parole libere e indipendenti da chi le scrive e certamente non di sua proprietà, ma di chi in esse si ritrova. Ha pubblicata una prima raccolta di poesie intitolata “Gli echi delle parole” e, sempre edita da Memoranda, esce in questi giorni una seconda raccolta intitolata “Parole di Luna”.
La sua è una poetica varia ma con forti accenti legati alla memoria.



Dell'incompatibilità. Tra nucleare e violenza”
di Günther Anders, a cura di S-edizioni, 2018

Vivendo in un mondo nuclearizzato non possiamo distogliere lo sguardo dalla minaccia dell'annichilimento.
Darsi all'invenzione della vita, darsi ai desideri anche se la situazione tecnica vorrebbe impedircelo, è sempre possibile.
Ma a quelli che, paralizzati dalla fosca probabilità della catastrofe, si perdono di coraggio, non resta altro che seguire, per amore degli uomini, la massima cinica;
se siamo disperati, che ce ne importa? Continuiamo come se non lo fossimo!

Presentazione a cura di un nemico della bomba atomica e del mondo che la sostiene.

lunedì 13 marzo 2017

La verità come scorta della menzogna

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«A cosa valgono i tuoi discorsi dissacranti e le tue argomentazioni di fronte agli idoli?» chiese una sera Seng, fra gli amici di Mee il più acuto e pericoloso, scrollando le spalle. «La tua verità non ha colori accattivanti. Non è affascinante. Forse a volte può entusiasmare, se la dirigi contro la menzogna. Altrimenti risulta piatta e noiosa. Non è neanche concepibile il fatto che tu un giorno possa vincere e ritrovarti senza un nemico da combattere. Diventerebbe tutto spaventosamente arido». Bevve un bicchiere di Yeera in un sol fiato. «E allora diventereste sentimentali! Al cospetto di qualsiasi idolo, anche il più infimo, che vi ricordi il passato».
La risposta a Seng meritava una riflessione. «Chi ti dice che un giorno avremo vinto definitivamente?».
«Pensavo che tu lo sperassi».
«Certo» proseguì Mee con cautela. «Ma sono autorizzato a sperarlo?».
Seng guardò il suo amico innocentemente.
«Le menzogne hanno una vita limitata», spiegò Mee. «Le singole menzogne. Ma la menzogna? La menzogna in senso assoluto?».
Seng versò a Mee un bicchiere pieno.
«La menzogna ha una forza generatrice. E farà in modo che noi non si resti disoccupati. Non appena una menzogna verrà smentita, ne arriverà subito un'altra. E noi, noi non siamo altro che la sua scorta, le corriamo accanto, ci teniamo al corrente e la rettifichiamo».
«Ecco cosa volevo sapere», disse allora Seng, come se avesse orientato tutto il discorso in modo da ricevere solo questa risposta.
«Cosa?».
«Che tu potresti vivere senza la menzogna. Se per ipotesi non ci fossero più menzogne...».
«Ipotesi irragionevole».
«Anch'io lo credo», ammise Seng traquillamente. «Per questo seguo la corrente».
Mee si sentì in dovere di dire: «Tu sai che questo per me non può sussistere».
Seng scosse tristemente il capo. «Altrimenti saresti incoerente».
Mee si sentì colpito nell'onore. «Incoerente?».
«Sì, perché partecipi e corri dietro a ogni menzogna e te ne innamori e a ciascuna strappi la maschera dal volto: perché non puoi fare a meno di lei per continuare a correre e a gridare no e a rettificare: e temi che un giorno possa non esistere più».
Mee scosse la testa.
«In verità» disse Seng e parlava tranquillamente come si fa con un accusato che da un momento all'altro potrebbe smettere di negare la sua colpa «se si mentirà sempre — e se non si potrà fare a meno di mentire — allora non possiamo forse affermare che il mondo della menzogna è il mondo reale? Quel mondo dal quale tu ti chiami fuori? Non si può dire allora che tu sei il falso? Uno che non c'entra nulla? Che si atteggia a superiore di fronte al mondo?». Le parole di Seng suonavano come un'accusa.
«Forse», disse Mee.
«In verità», concluse Seng, «mi sembra davvero un peccato. In fondo sei dotato di rara intelligenza. Ed è sprecata. Ma fai come vuoi». Così disse e si alzò.

Günther Anders, La catacomba molussica, 1932

sabato 4 febbraio 2017

Sobrietà


I

Pensare, come avevano fatto i nostri padri, che le macchine possano e debbano sostituire noi e il lavoro che svolgiamo, è assolutamente antiquato. Dove siamo rimasti noi stessi a lavorare, perlopiù lavoriamo non «ancora», bensì «nuovamente»: in questo caso infatti, noi sostituiamo le macchine. O perché talvolta queste difettano nel funzionamento, oppure perché – e qui parlare di «ancora» sarebbe legittimo – le macchine che ci dovrebbero «davvero» essere non sono ancora scandalosamente state inventate. In questo caso noi «sostituiamo» il non-ancora-esistente. Naturalmente la nostra prestazione sostitutiva è sempre miserabile. Se gli apparecchi che sostituiamo potessero osservare il nostro sforzo di sostituirli, riderebbero dei nostri goffi tentativi. Ma dico appunto «se», e «riderebbero» al condizionale. Perché ovviamente, in quanto apparecchi, sono orgogliosi della loro incapacità di ridere o addirittura del loro non poter essere orgogliosi di qualcosa.

II

Oggi sono stato di nuovo costretto a leggere che sarei un «reazionario distruttore di macchine». È il più stolto di tutti i rimproveri possibili. Perché la mia battaglia non riguarda affatto, come nel XIX secolo, i modi di produzione, bensì i prodotti. Non ho mai suggerito che i missili dovrebbero essere prodotti a mano fra le mura di casa anziché nelle fabbriche. Ma ho sempre detto che i missili non dovrebbero essere costruiti.

III

Quelli che ci definiscono «distruttori di macchine», li dovremmo chiamare «distruttori di uomini».
Günther Anders, Brevi scritti sulla fine dell'uomo, con testo originale a fianco, a cura di Devis Colombo, Asterios, Trieste 2016

sabato 11 giugno 2016

La tintinnante uniforme dei vocaboli ontologici

Ciò contro cui vorrei pronunciarmi in breve con un'osservazione è il vocabolario esoterico di cui il collega T. si è servito nelle sue argomentazioni, solitamente tanto chiare.
A me sembra che se i fornai facessero il pane solo per fornai, i sarti vestissero solo sarti, i dentisti piombassero solo denti di dentisti, essi si comporterebbero né più né meno esotericamente di quei professori universitari di oggi. La particolarità e — per favore non mi fraintenda: intendo l'espressione in maniera puramente filosofica, e accuso me stesso non meno di qualsiasi altro — comicità del ruolo sociale della nostra filosofia universitaria consiste nel fatto che noi, i suoi produttori, siamo anche i suoi unici consumatori; e che le nostre asserzioni, le quali presumibilmente riguardano «l'uomo in generale» e dovrebbero essere vincolanti per tutti, le esponiamo in un idioma che riguarda solo pochi e quindi la pretesa di generalità viene smentita già nell'istante in cui viene espressa [...] infatti cosa sarebbe più difficile dell'esprimere convinzioni filosofiche in modo non esoterico?
Non voglio assolutamente attenuare questa difficoltà. In fondo noi filosofi siamo degli oppositori. E dal momento che filosofando cerchiamo di liberarci dai pregiudizi di cui siamo investiti dal linguaggio della quotidianità e della formazione o dai pregiudizi da esso presupposti come validi e ovvi, è un'impresa quasi contro natura — lo ammetto — condurre questa lotta contro i pregiudizi con l'aiuto dei pregiudizi stessi [...] gli ostacoli non solo sono così grossi perché il linguaggio quotidiano si rivela un inadeguato materiale per il filosofare, bensì anche perché per noi che filosofiamo il linguaggio artificiale è diventato una seconda natura.
Ci siamo così abituati a pensare nel suo esoterico medium, che la maggior parte di noi si accorge di qualcosa solo quando rimaniamo impigliati nella rete delle associazioni di questo linguaggio speciale. All'aperto, per esempio in campagna, noi filosofi medi non siamo filosofi — con questo non voglio dire che lì non continuiamo a parlare il nostro gergo tecnico, questo purtroppo lo facciamo in abbondanza e alberi e rocce in silenzio prendono in giro i nostri vocaboli ontologici — voglio dire che la Musa là non ci raggiunge o non ci riconosce; e che essa ci "bacia" solo quando in suo onore noi indossiamo la tintinnante uniforme del vocabolario speciale e ci sediamo alla scrivania — cosicché in maniera ancora più modesta assomigliamo a quei cattivi compositori che riescono a comporre solo davanti al pianoforte aperto, ai quali non viene altro in mente se non ciò che i tasti suggeriscono loro.
[...] se le asserzioni filosofiche dirette, non esoteriche, riuscissero, tutto il resto non sarebbe che una semplice prestazione, per la cui riuscita basterebbe in un certo senso lasciarsi andare. Il compito sarebbe risolto perfettamente — della "via regia" non vale neanche la pena di parlare — esso richiederebbe lo sforzo della disassuefazione, un peculiare atto attraverso il quale dovremmo astrarci dalle astratte espressioni che sono divenute per noi nostra carne e nostro sangue — una ritraduzione artificiale nell'idioma non esoterico di ciò che si è creato nell'idioma esoterico. [...]
Infatti se per esempio noi formuliamo una convinzione di filosofia morale, in cui ci sia la pretesa di rivolgersi a tutti, in una dizione e in una situazione che rendono impossibile la ricezione da parte dei presunti destinatari, allora "diamo" in modo errato. Ciò che viene detto contraddice la pretesa stessa: e in ciò, appunto, consiste la non verità della situazione. E se continuiamo sempre di nuovo e per principio ad accontentarci di una situazione del genere o ci diamo da fare sempre e per principio a creare tali situazioni, allora anche noi diamo prova di falsità, o comunque di una assai originale non serietà — per quanto antico e rispettabile possa essere quest'uso e nonostante lo facciamo con accademica serietà. Forse questa non serietà è davvero un monopolio della filosofia universitaria.
Comunque il ruolo morale e sociale del filosofo rimane, perseverando in tali false dare-situazioni, pura presunzione e mera apparenza... e tale reputo la nostra odierna funzione pubblica. Molto di quel che noi e i nostri colleghi abbiamo da dire può in qualche modo essere davvero "valido". Ma non possiamo sostenere che la nostra parola "valga" qualcosa. In verità non abbiamo niente da "dire". In fin dei conti noi siamo, quando formuliamo i nostri postulati, per niente meno fantomatici dei re dei drammi teatrali, i quali sarebbero molto sorpresi, perfino sbigottiti, se qualcuno del pubblico prendesse alla lettera le loro battute. Solo che gli attori ammettono sinceramente l'apparenza dei loro appelli e si lasciano pagare l'apparenza, mentre noi affermiamo di credere davvero ai nostri postulati, che invalidiamo con l'esoterismo del nostro linguaggio.
 
Günther Anders
Sull'esoterismo del linguaggio filosofico, 1943