Gli operai hanno agito nella crisi dell’età moderna come i monaci
nella crisi dell’età antica: conservatori della civiltà, contestatori
del mondo. Hanno salvato i manoscritti di tutte
le lotte passate delle classi subalterne e hanno affermato che erano
«nella» società ma non «della» società. Le moderne fabbriche dismesse,
come gli antichi monasteri decaduti, sono
luoghi di storia della cultura umana, cultura appunto come civiltà,
depositata nelle città del passato, incompatibile con la barbarie del
presente. Lì c’è un giacimento di materiale politico
da sottoporre a uno scavo di ritrovamento, di risistemazione, di riuso.
C’è il patrimonio di un’eredità storica da recuperare e reinvestire in
un altro agire per quel medesimo fine.
Contributi di: Pier Vittorio Aureli, Tina Babai Tehran, Simona Baldanzi, Tino Di Cicco, Rita di Leo, Pierangelo Di Vittorio, Alessio Duranti, Marta Fana, Angelo Ferracuti, Giuseppe Filippetta, Sergio Fontegher Bologna, Jacopo Galimberti, Giovanni Iozzoli, Alessandro Leogrande, Maurizio Maggiani, Marco Merlini, MetalMente, Giuseppe Palumbo, Alberto Prunetti, Eugenio Raspi, Andrea Sawyerr, Marino Severini, Mario Tronti, Massimo Zamboni.
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