lunedì 13 febbraio 2017

Arci di Persichello, Sabato 18 Febbraio


alle ore 18, ci sarà l'incontro su Giordano Bruno con Marco Matteoli, docente presso la Normale di Pisa, e subito dopo, l'appuntamento mensile con l'Aperitivo Letterario.

qui per le altre info.

Commedia realistica illusoria in quattro atti

Atto primo
Gli uomini, se non giungono a ciò  che è necessario, si affaticano per ciò che è inutile

Goethe
Atto secondo
L'uomo deforme trova sempre degli specchi che lo rendono bello.

Sade 

Atto terzo
Mussolini è il salvatore e rinnovatore della sua patria.
Gandhi

Atto conclusivo
Io chiamo gatto un gatto. 
Boileau

Questo venerdì al Kavarna

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 SI PARTE CON QUESTO NUOVO PROGETTO!!!

RI-UNIONE DI SUONI

"Porta degli strumenti, poesie, suoni, esperienze, tele da disegnare e tanta creatività. La ri-unione
di suoni è per chiunque voglia darsi alla libertà di sperimentare."

lunedì 6 febbraio 2017

Trasgredire agli ordini

Barbara Caffi con Francesca Papetti sul ruolo di Villa Merli nella storia del fascismo a Cremona

 


Dopo oltre settant'anni, riappare il dossier relativo alle indagini condotte dalla Questura di Cremona sulla vicende di Villa Merli.
Non si tratta di una riapparizione casuale: l'etica di un uomo, o quella di più uomini, ha impedito la distruzione richiesta di questi documenti.


La storia di una città è la storia dei suoi abitanti, insieme di azioni che procedono a ritmi in parte nascosti,  per reticolati di strade ed edifici ben visibili, conosciuti.
La storia di una città, è anche la storia, quindi, dei suoi edifici, dei palazzi, mura in qualche modo fidate, inganno cedevole e insieme robusto. Dei palazzi, spesso, ci basta conoscerne i contorni.

La città, come risultato di una operazione tra esseri viventi, riflette le qualità di quegli stessi esseri.
Gli spazi in cui questi esseri si ritrovano, ne divengono veicoli, e in determinate quantità di tempo, al palazzo si associa una sorte, un destino.

Villa Merli è stata, a partire dall'estate del '44, la sede dell’Ufficio Politico Investigativo della Guardia nazionale repubblicana.
Nel Nord Italia, è stato, drammaticamente, uno dei centri più attivi ed efficienti nella conduzione di interrogatori, torture, verso tutti coloro che erano stati considerati oppositori del regime mussoliniano.

Villa Merli oggi non esiste più. L’edificio è stato distrutto, sostituito.

La memoria di un popolo può essere tenace e durevole, e insieme l’esatto opposto, ordita  e affabulazione.
Un aiuto a capire e delineare il ruolo di Villa Merli nella storia di Cremona, e del fascismo di Cremona, è arrivato dal passato, nella forma di un faldone di centinaia e centinaia di pagine, risultato delle indagini che la Questura di Cremona aveva svolto intorno a quel luogo.

La giornalista Barbara Caffi, del quotidiano “La Provincia”, ha visionato e studiato accuratamente  questi documenti ricevuti, selezionandone una parte e commentandone gli estratti, in qualche modo, più significativi, all’interno del proprio quotidiano.


Domenica 12 Febbraio, alle 16.00, Palazzo Cattaneo, Via Oscasali 3, Francesca Papetti, storica, affiancherà Barbara Caffi, nel tracciare un percorso nuovo attraverso questi documenti, in una riflessione obbligatoriamente collettiva su tutto ciò che questa parte di storia conserva, e rappresenta.



Progetto grafico a cura di Roberta Boccacci

Cremona, città della Musica. Ugo Pierri


sabato 4 febbraio 2017

Sobrietà


I

Pensare, come avevano fatto i nostri padri, che le macchine possano e debbano sostituire noi e il lavoro che svolgiamo, è assolutamente antiquato. Dove siamo rimasti noi stessi a lavorare, perlopiù lavoriamo non «ancora», bensì «nuovamente»: in questo caso infatti, noi sostituiamo le macchine. O perché talvolta queste difettano nel funzionamento, oppure perché – e qui parlare di «ancora» sarebbe legittimo – le macchine che ci dovrebbero «davvero» essere non sono ancora scandalosamente state inventate. In questo caso noi «sostituiamo» il non-ancora-esistente. Naturalmente la nostra prestazione sostitutiva è sempre miserabile. Se gli apparecchi che sostituiamo potessero osservare il nostro sforzo di sostituirli, riderebbero dei nostri goffi tentativi. Ma dico appunto «se», e «riderebbero» al condizionale. Perché ovviamente, in quanto apparecchi, sono orgogliosi della loro incapacità di ridere o addirittura del loro non poter essere orgogliosi di qualcosa.

II

Oggi sono stato di nuovo costretto a leggere che sarei un «reazionario distruttore di macchine». È il più stolto di tutti i rimproveri possibili. Perché la mia battaglia non riguarda affatto, come nel XIX secolo, i modi di produzione, bensì i prodotti. Non ho mai suggerito che i missili dovrebbero essere prodotti a mano fra le mura di casa anziché nelle fabbriche. Ma ho sempre detto che i missili non dovrebbero essere costruiti.

III

Quelli che ci definiscono «distruttori di macchine», li dovremmo chiamare «distruttori di uomini».
Günther Anders, Brevi scritti sulla fine dell'uomo, con testo originale a fianco, a cura di Devis Colombo, Asterios, Trieste 2016

lunedì 30 gennaio 2017

Rivista "Gli asini"


Dieci poesie mortali di Jacques Prevel


Jacques Prevel (1915-1951) viene ricordato soprattutto per essere stato uno degli ultimi e più fedeli amici di Antonin Artaud, il cui incontro nel 1946 — subito dopo che il teorico del teatro e il suo doppio era uscito dal manicomio di Rodez — fu per lui una autentica illuminazione. Prevel descrive questa amicizia in un diario dove annotava la sua vita quotidiana «in compagnia di Antonin Artaud», trascorsa alla ricerca della poesia (e di droghe). Pochi ricordano però che Prevel fu egli stesso un poeta maledetto che per tutta la vita andò «alla deriva verso l’assoluto», lontano dalle consuetudini care ad un mondo che non era il suo e contro cui lanciò le sue parole «di collera e di odio». Malato da tempo di tubercolosi, Jacques Prevel si spegnerà a soli 36 anni.


Divorato dal fuoco
Divorato dal fuoco, divorato dalle mie ombre
Città! coi tuoi dolori articolati
I tuoi dolori che promettono volti
Orbati dal riso dei miei disastri
Accecati dai miei occhi ciechi
Città! i miei giorni infranti sono i tuoi giorni
I miei giorni profanati cementati dalle tue rovine
Città! complice delle mie lussurie d'ideale
Tu raccogli le mie inquietudini come altrettante promesse
E costruisci la strada invisibile che percorro.
Mi ritrovo senza forma umana
Mi ritrovo senza forma umana
Insanguinato dalle mie rivolte e dalle mie lotte
E condannato a vivere esistenze disperse
Mi ritrovo abbandonato alla mia sola vita
Senza forza e privo di riposo
Quando vivevo della demenza delle nostre vite
E vagabondo d’un Mondo assente
Trascino con me la notte
E il dolore avido dei miei oscuri disastri
Il mio volto è distrutto e la mia infanzia in lacrime.
La mia caduta si compie nel silenzio
Dove voci strazianti e spezzate riecheggiano
La mia caduta illimitata vertiginosa e senza grandezza.
Queste gioie che sono come dolori
Queste gioie che sono come dolori
Non parliamone più
Lasciamo che questo mondo morto faccia scorrere i suoi rivoli
Di sangue fino al mare
Lasciamo che la notte salga e penetri il cielo
Di folgorante notte
Mondo oscuro e maledetto il cui peso mi solleva
Vi accuso delle paure, vi accuso dei mali
E del fuoco che mi rode
E resto un vinto sul bordo di questo presente
Fatale e privo di gloria e di rivolta.
Muoio lentamente del vivere tra me stesso
E la maledizione di questi inutili giorni.
I bei giorni che portano a tutto
I bei giorni che portano a tutto
Mi condurranno a me stesso
E mi diranno perché
Ho attraversato tanti deserti
Per raggiungerli e perderli di nuovo.
Ed io che sono schiavo di una forza potente
Che ha segnato i miei tratti
E dato al mio passo un ritmo diverso
Sono il testimone dei giorni che non fisso
Che sono belli come desideri
E rari come amori.
Sono l’inutile testimone di me stesso
E della mia solitudine di cui non comprendo 
La disumana felicità
Di cui non benedico le ore evanescenti
Troppo vile per emigrare sempre
Perdermi e trovarmi con un gesto
Orribile per la mia viltà.
Gli esseri non sono su misura del tempo
Gli esseri non sono su misura del tempo
Del tempo che non ha misura.
Puntati, contorti, volti deformati
Che reggono il patibolo dei giorni inesistenti
Riportano un passato che non ha presente
Costruiscono un presente che non ha durata
E confusi senza speranza di luce
Toccano impauriti il loro inutile volto;
Ridicoli tentativi limitati alla loro presenza
Sguardi vitrei chiusi dai contorni
- La gioia senza il silenzio e il male senza la vita -
Clamore su spazi delimitati da pietre
Oscuro amore che arrugginisce i volti
Morsa che riassume un Male che conosco.
Quando sono presente
Quando sono presente
I vivi si allontanano, le ombre si avvicinano
La gioia contrae il mio volto come un grande male
E brucia il silenzio assordante dei vivi
Ed io so che il tempo è arrivato
Le mie parole non hanno bisogno di risonanza
Per dominare il rumore delle folle
O il fragore delle acque sulle rive
Ed io so che il tempo è arrivato
E che le mie parole contengono infine la permanenza.
Vivi di negazioni
Tu vivi di negazioni e del male che porti
Il tuo sguardo è solo un sogno oscuro
Lasci scorrere questi giorni a fatica
La scelta non è per te fra la moltitudine
E questi giorni che sono belli sono giorni pieni di male
Tu parli e non hai niente da dire a tutti quei morti.
Strane voci
Strane voci
Che parlano della fine di un tempo che muore
Abbiamo spogliato i ciechi del mantello
Non è più sulla terra, non è più nel cielo
È in noi che questo mondo è morto.
Un grosso rumore
E le stelle schiantate sono disperse
Da questa morte tra due vite.
Esplosione del diluvio
Desideri nati-morti che si uccidono fra loro
Vecchie speranze all’ombra di chimere
Cattedrali dimenticate, cattedrali abbattute
Cervelli vuoti di sostanza
Costruzione dello spirito in rovina
Ricaduta dei vecchi giorni
Corpi afferrati con due braccia e lanciati nel vuoto
Coppa di sangue ai commensali bevuta fino alla feccia
E valzer stravagante d’un fuoco mai spento.
Le tradizioni perdute
E gli anelli magici degli spiriti e dei morti
I grandi cerchi brillanti, i demoni animati.
Bisognerà lavorare fino alla fine dei tempi
Bisognerà ritrovare il Gesto e la Parola.
Vi scorgerò
Vi scorgerò ogni giorno a mano a mano
Che avanzerete silenziosa e rara
Come tutte le vostre parole
E non avrò per voi che un gesto e un desiderio
E non avrò per voi che una gioia molto antica
Morta e resuscitata col vostro silenzio
E che conserva la coscienza del male e dei rimpianti
Una gioia che ha la forma imprevedibile di un raggio
Una gioia che ha la forma di due mani che si stringono
E prendono la luce e il cielo e il mare
E l’acqua dei nostri sguardi senza dir nulla
Vi scorgerò ogni giorno via via
Più precisa e più offuscata
Più luminosa e più oscura
Come la morte del sole alla fine degli anni
O come il rumore di passi perduti nell’etere
Come il male stroncato dalla presenza della morte
Questa esplosiva promessa di un’altra vita.
Mi ricorderò di te
Mi ricorderò di te
Come ci si ricorda delle sventure
Come ci si ricorda dei grandi spazi
Come ci si ricorda del mare
Mi hai colpito e il mio sangue ha disegnato il tuo viso
Ti ho colpito e il tuo sangue ha disegnato il mio viso
Abbiamo conosciuto la gioia
Sei venuta ed il mondo ha vissuto di quell’attimo
Sei venuta, sei venuta
E i ricordi mi trascinano come il fango o la sabbia
Restano solo le mie braccia ad emergere dai miei rimpianti.
da Poesie Mortali, 1945



sabato 28 gennaio 2017

Omaggio a Luca Ferrari e alla Libreria a cui devo l'incontro

 
 



 

 


Mi si conceda il gioco faceto, serio come tutti i giochi, di una personale interpretazione del testo di Robbins, pubblicato nella collana Millelire della casa editrice Stampa Alternativa.

Vincent van Gogh si tagliò il suo orecchio e lo spedì a Marilyn Monroe.
Marilyn Monroe ne fu così toccata che rinunciò a tutto - la sua carriera, la sua piscina, il suo ondeggiare, il suo telefono, il suo suicidio, tutto- e si trasferì nel sud della Francia per stare con Vincent van Gogh.
Potevano forse vivere insieme felicemente per sempre, dopo? No, nessuno lo fa.
Ma pretesero di vivere felicemente perfino per sempre, dopo.
E dal momento che tutte le cose diventano ciò che pretendiamo che esse siano, la falsa-gioia è buona quanto la roba reale.