lunedì 9 maggio 2016

Pinocchio


Gli oggetti sono delle tracce lasciate dalle persone che li hanno utilizzati prima di noi. Cose molto materiali che ci collegano a delle pratiche, a dei gesti, talvolta a delle emozioni che altri uomini o donne hanno avuto prima di noi. Non conosco la poesia di Borges, ma sono molto sensibile al valore umano trasmesso dagli oggetti. Pensate a Collodi. Geppetto aveva inciso un cuore su un albero in segno d'amore per una donna. Sull'albero erano state incise le iniziali di quella donna, ma è suo fratello che la sposerà. Geppetto vive il lutto di questo amore mancato senza fare nulla dal momento che si tratta di suo fratello. Molto tempo dopo, diventato vecchio, va nella foresta e taglia, per caso, l'albero sul quale aveva inciso il cuore. Poi quando getta questo cuore nel fuoco, il ceppo non brucia, anzi esce dal fuoco. Ed è così che decide di fare di quel ceppo il burattino di Pinocchio.

Conversazione con Henri-Francois Himbert, contenuta nel Catalogo Infinity Festival 2014

Com’era la Via Emilia

Lo racconta una mostra all'Abbazia di Valserena, vicino a Parma, con le fotografie di Luigi Ghirri e Gabriele Basilico, tra gli altri. Scatti che già erano, in parte, stati mostrati nel 1986, nell'opera collettiva guidata sempre da Ghirri, intitolata Esplorazioni sulla Via Emilia.

Quest’esposizione è inserita all’interno dell’edizione 2016 di Fotografia Europea dal titolo La via Emilia. Strade, viaggi, confini, in programma a Reggio Emilia dal 6 maggio al 10 luglio, che propone quindi una nuova prospettiva a trent'anni di distanza dalla ricerca fotografica curata da Ghirri.



 
Il lavoro di Luigi Ghirri, era stato accompagnato da un'antologia edita da Feltrinelli, Esplorazioni sulla via Emilia. Scritture nel paesaggio, che conteneva resoconti di viaggio sulla Via di autori tra cui Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni e Antonio Tabucchi. 

Quodlibet, come Feltrinelli trent'anni fa, pubblica ora in contemporanea all'edizione 2016 di Fotografia Europea, una nuova antologia, intitolata l' Almanacco 2016, Esplorazioni nella via Emilia.

Tra gli autori anche Jacopo Narros.


qui trovate una scansione di Esplorazioni sulla via Emilia, Scritture nel paesaggio, 

qui trovate una scansione di Esplorazioni sulla via Emilia, vedute nel paesaggio (catalogo della mostra fotografica di Ghirri del 1986)

Grati a Vibrisse

Dieci libri giapponesi veramente indispensabili (anche per chi non abbia intenzione di diventare giapponese)

 Riproponiamo un articolo pubblicato su Vibrisse.


Hendrik Breitner (1857-1923), Il kimono rosso
Hendrik Breitner (1857-1923), Il kimono rosso
di Valentina Durante
In un episodio del Genji Monogatari (capitolo 50, Azumaya), la principessa Nakanokimi e sua sorella Ukifune guardano illustrazioni di vecchi racconti, mentre la cameriera Ukon ne legge ad alta voce i testi. Accostare parole e immagini è stata pratica comune, in Giappone, fin dalla nascita di una letteratura nazionale. Monogatari (romanzi) e nikki (diari) erano solitamente abbelliti da illustrazioni pittoriche: su rotoli, su libri e su grandi paraventi, scorrevoli e pieghevoli. Questa lista (non esaustiva e molto arbitraria) è nata seguendo lo stesso principio: buona lettura e buona visione, dunque.

Genji Monogatari Emaki (capitolo 50, Azumaya), XI secolo
Genji Monogatari Emaki (capitolo 50, Azumaya), XI secolo
1. Murasaki Shikibu, Genji Monogatari (源氏物語). Se la presenza di tutte le altre opere che qui elencherò può essere opinabile, sul Genji Monogatari, il classico per eccellenza della letteratura giapponese, non si discute. Scritto nell’XI secolo da una dama di corte, s’inserisce nella feconda produzione letteraria femminile che interessò il periodo Heian. Le donne dei nikki e dei monogatari appartenevano alla media aristocrazia: confinate in dimore principesche ma inaccessibili, escluse dalla partecipazione al potere, rassegnate a condividere esperienze ed emozioni solamente con donne della stessa condizione, trovavano sfogo nell’estetizzazione del microcosmo che, come una crisalide dorata, le avvolgeva. Non potendo avere alcuna influenza su di un mondo che le voleva solo aggraziate spettatrici, lo osservavano e interpretavano, affidando pensieri e riflessioni al pennello che tracciava svelto, sul foglio, i kana (caratteri dell’alfabeto sillabico giapponese; ai soli uomini erano riservati i kanji, caratteri cinesi). Per anni costretti a una traduzione di traduzione (il riferimento è stato sempre la versione inglese di Arthur Waley), possiamo ora goderci il Genji Monogatari tradotto direttamente dal giapponese antico: La storia di Genji, a cura di Maria Teresa Orsi, è uscita nel 2012 per Einaudi. È un’opera lunghetta, questo sì (1440 pagine, fra introduzione e paratesto).
Senzui byōbu, XI secolo.
Senzui byōbu, XI secolo.
2. Sei Shōnagon, Makura no Sōshi (枕草子). Poteva mancare, in una lista, un libro che parla di liste? Scritto nel 1005 dalla dama di compagnia dell’imperatrice Teishi (ci troviamo, dunque, nello stesso contesto già descritto per il Genji Monogatari) contiene trecentodiciassette capitoli di lunghezza variabile, da poche righe a qualche pagina. La descrizione di episodi di corte e le considerazioni estetiche si alternano alle liste: di cose splendide, di cose spiacevoli, di cose tristi, eccetera. Il Makura no Sōshi contiene uno dei più famosi incipit di tutta la letteratura giapponese: «L’aurora a primavera: si rischiara il cielo sulle cime delle montagne, sempre più luminoso, e nuvole rosa si accavallano snelle e leggere». «Lo spirito di Sei Shōnagon» ebbe a dirne Yukio Mishima, «isola, nel fluire dell’esistenza umana, un attimo, uno stato d’animo, e poi lo combina con immagini di raffinata sensibilità estetica». Il Makura no Sōshi si può leggere nella traduzione di Lydia Origlia. Il titolo è: Note del guanciale, ed è edito da SE.
Sōami (1472-1525), Paesaggio delle quattro stagioni
Sōami (1472-1525), Paesaggio delle quattro stagioni
3. Yoshida Kenkō, Tsurezure-gusa (徒然草). Dietro questo testo, scritto fra il 1330 e il 1332, c’è una leggenda: il monaco buddhista Kenkō avrebbe incollato le strisce di carta che contenevano i singoli brani dell’opera sulle pareti di casa propria. Dopo la morte, i discepoli avrebbero messo insieme i frammenti per dar luce al libro che oggi teniamo fra le mani. Lo Tsurezure-gusa, che conserva dunque questo carattere di non finito, non perfettamente formato, incarna un ideale estetico che i giapponesi definiscono: yūgen (da : impercettibile, invisibile, quiete; e gen: nero, oscuro, profondo, impenetrabile). Secondo lo yūgen, l’arte del poeta non consiste nell’esprimere direttamente i propri sentimenti, ma nel nasconderli sotto la superficie di una forma facile, di un gioco di parole attraente, lasciando il ruolo disvelatore alla suggestività simbolica delle immagini («Si devono forse ammirare i fiori solo quando sono in pieno rigoglio e la luna solo se è tersa?»). Lo Tsurezure-gusa è pubblicato da Adelphi con il titolo: Momenti d’ozio. La traduzione è di Adriana Motti.
Ogata Kōrin (1658-1716), Susino con fiori bianchi e susino con fiori rossi
Ogata Kōrin (1658-1716), Susino con fiori bianchi e susino con fiori rossi
4. Matsuo Bashō, Elogio della quiete. Bashō è probabilmente il più famoso autore di haiku. Nato nel 1644, terzogenito di un samurai di campagna, Bashō cambiò nome una ventina di volte. Nel 1680, si trasferì in una piccola e malsana capanna a Fukagawa, nella zona settentrionale di Edo (l’odierna Tōkyō): era un luogo umido e freddo, senza neppure l’acqua potabile; da lì, però, si vedevano il profilo innevato del monte Fuji e i canneti del fiume Sumida, illuminati dalla luna. Vicino alla capanna, Bashō piantò un banano: una pianta rigogliosa e di grande bellezza, ma che non fruttificava, dunque sostanzialmente inutile. E proprio da quella pianta Bashō prese il nome definitivo: forse per evocare la sua inutilità come poeta, forse per manifestare amore per le cose inutili. In Elogio della quiete si alternano haiku a pezzi di diario. Si parla di solitudine, di caducità della vita, di vecchiaia («che sopraggiunge rapida come il sogno di una notte»). Le note al testo sono molte (e necessarie): non può dirsi una lettura scorrevole. Elogio della quiete è uno di quei testi che ti fanno sudare, che richiedono grande pazienza, ma che, alla fine, ti ricompensano di tutto.
Tsukioka Kōgyo (1689-1927), Nō-gaku Zue
Tsukioka Kōgyo (1689-1927), Nō-gaku Zue
5. Zeami Motokiyo, Il segreto del teatro Nō. Narra la leggenda (e il Kojiki) che la dea Amaterasu, offesa dalle intemperanze del fratello Susanoo, si nascose in una grotta privando il mondo della luce del sole. Per convincerla a uscire, la dea Ame no Uzume si prodigò in una danza sconcia. Lo stratagemma funzionò: le risa delle altre divinità incuriosirono Amaterasu, che rinunciò al suo orgoglioso isolamento. Questo episodio viene fatto coincidere con la prima espressione del teatro giapponese e del Nō stesso, che può essere definito un «lungo poema cantato e mimato, con accompagnamento orchestrale, generalmente interrotto da una o più danze che possono non avere rapporto alcuno con l’argomento». Il segreto del teatro Nō, raccolta di trattati di Zeami (figlio del capostipite della più celebre tra le scuole di attori di Nō oggi esistenti), rappresenta una delle migliori introduzioni all’estetica giapponese (nonché un eccezionale manuale di retorica involontario). Il libro, a cura di René Sieffert, è edito da Adelphi.
Akira Kurosawa, Rashōmon, 1950
Akira Kurosawa, Rashōmon, 1950
6. Ryūnosuke Akutagawa, Rashōmon e altri racconti. A Rashōmon (羅生門) si è ispirato Kurosawa per l’omonimo film (la cui trama è tratta però da Yabu no nakaNel bosco – 藪の中, sempre contenuto in questa raccolta). Tutti i racconti sono molto belli. Delicatissimo (e, per noi, forse disturbante) è Nankin no Kirisuto (Gesù di Nanchino – 南京の基督): Song Jinhua è una giovanissima prostituta cattolica che si ammala di sifilide. Per evitare di contagiare i clienti, si astiene da ogni rapporto sessuale. Una notte, Gesù le compare sotto le sembianze di uno straniero che, facendo l’amore con lei, la guarisce completamente. Pur interessato al Cristianesimo (ne parlò in diversi racconti), Akutagawa non si convertì mai. Rashōmon e altri racconti, edito da Tea, è purtroppo fuori catalogo. Dovrebbe uscire una ristampa per Einaudi. Nel frattempo, si possono ascoltare alcune letture di Elisabetta Piccolomini qui.
Tsukioka Yoshitoshi (1839-1892), Hinamatsuri a Shishinden
Tsukioka Yoshitoshi (1839-1892), Hinamatsuri a Shishinden
7. Yukio Mishima, La dimora della bambole. Yume utsutsu (sogno e realtà) era un’espressione molto amata dagli antichi poeti e letterati giapponesi. Yume utsutsu è quella nebbia indistinta in cui sfuma ogni antitesi: realtà e finzione, vita e morte, alba e crepuscolo. Quest’atmosfera sospesa permea tutti e cinque i racconti della raccolta; oltre a ciò, la consapevolezza della fragilità della vita, effimera come rugiada, che dona nobiltà alle passioni: si ama, si odia, si agisce, consci della vanità del tutto. In Hina no yado (La dimora delle bambole – 雛の宿), la scena in cui madre e figlia aspettano, sedute davanti all’altare, l’arrivo dell’Imperatore, in una Festa delle bambole senza fine, è probabilmente la più suggestiva di tutto il testo. La mia edizione, tradotta da Lydia Origlia, è edita da SE.
Kusakabe Meikaku (1838–1922), shodō
Kusakabe Meikaku (1838–1922), shodō
8. Immagini scritte: calligrafia giapponese moderna. La scrittura giapponese non va solo letta, ma anche guardata. Ci sono molti bei libri di shodō (calligrafia giapponese). Quello che ho io, edito dall’Istituto Giapponese di Cultura di Roma, ha il pregio del grande formato, che valorizza il contenuto.
Gō Nagai, Devilman, 1972-73
Gō Nagai, Devilman, 1972-73
9. Gō Nagai, Devilman (デビルマン). Si può parlare di libri giapponesi senza parlare di manga? No, non si può. E dunque: c’è stato un tempo (parlo della metà degli anni Novanta) in cui acquistare manga in edicola significava avventurarsi nella sezione dei giornaletti porno (ed essendo io una ragazza, la cosa era oltremodo sospetta). Ma quel tempo è passato: i manga sono oggi un fenomeno pop. Eppure quello che preferisco (e che consiglio) continua a essere il primo che comprai. Con Devilman, Nagai crea un’opera di forte critica sociale: il clima da caccia alla streghe (o da peste manzoniana, con la fobia dell’untore) è tratteggiato grazie a uno stile cupo, sporco, espressionista, ma allo stesso tempo ricercato. Evidenti le influenze dalla Divina commedia illustrata da Gustave Doré. Devilman è stato ristampato diverse volte. L’ultima edizione è della J-Pop, in cinque volumi.
A sinistra: Hiroshige, Kameido Umeyashiki, 1587; a destra: copia di Vincent Van Gogh, 1877
A sinistra: Hiroshige, Kameido Umeyashiki, 1587; a destra: copia di Vincent Van Gogh, 1877
10. Siegfried Wichmann, Giapponismo. L’ultimo testo è un intruso: non un libro giapponese, bensì un libro sul Giappone. O meglio: sull’influenza che ha avuto l’arte giapponese sull’arte e la cultura occidentale a partire dalla metà dell’Ottocento. Un libro-catalogo magnifico, tutto da leggere e da guardare. Ogni pagina è una sorpresa: c’è un poco di Giappone nella nostra architettura, nel nostro disegno industriale, nel nostro abbigliamento, persino nelle nostre scelte tipografiche. Il Giapponismo di Wichmann, edito da Fabbri, è, purtroppo, fuori catalogo. Se avete fortuna, lo trovate in qualche mercatino o vecchia libreria: nel caso, non lasciatevelo scappare.

Eliminare le frontiere

«Portate la guerra? Temete il vostro vicino? Allora eliminate le frontiere – Così non avrete più vicini.
Ma voi volete la guerra, ed è per questo che per prima cosa allestite delle frontiere»
F. Nietzsche

venerdì 6 maggio 2016

Czeslaw Milosz, La caduta

La morte di un uomo è come la caduta
di una nazione potente
che ebbe eserciti valorosi, capitani e profeti,
e porti ricchi e navi in tutti i mari,
ma ora non libererà più nessuna città assediata,
non entrerà in nessuna nuova alleanza,
perchè le sue città sono vuote, la popolazione dispersa,
la sua terra una volta carica di messi è piena di cardi,
la sua missione dimenticata, la sua lingua perduta,
come il dialetto di un villaggio
su per una montagna inaccessibile.
                                        Czselaw Milosz, La caduta

Tra saggezza e abbandono...

Le tigri della collera sono più sagge dei cavalli dell’educazione
William Blake


Dobbiamo abbandonare ogni modello e studiare le nostre possibilità
Edgar Allan Poe

La libraia dedica queste righe al suo restauratore di libri (Wislawa Szymborska, Storia della carta antica, in "Come vivere in modo più confortevole", Adelphi 2016))

L'antenato della carta fu la pergamena. Della sua origine bovina o asinina non era opportuno fare menzione durante l'esegesi di testi spirituali. La genealogia della carta è ancora più imbarazzante. Come dice un motto barocco, la carta "viene da una pessima famiglia, suo padre è uno straccio e sua madre una pezza"

Richard Sennet: FarelaPace, Bergamo Festival 2016






 

Maggio 2016 

Sabato 14

Futuro Prossimo Codice Evento 1014
LECTIO MAGISTRALIS - LE RAGIONI DELL'INSIEME
con Richard Sennett

h 21.00_Centro Congressi Giovanni XXIII, Bergamo

La tenuta dei legami sociali nell'età dell'invidualismo
Modera: Marco Marzano - Sociologo e Professore Ordinario di Sociologia dell'Organizzazione dell'Università degli Studi di Bergamo.
Il mondo che abitiamo sembra costruirsi sulla natura competitiva dettata dalle logiche del mercato e dalla frenesia dei meccanismi finanziari. La vita sulla terra sembra dover essere decisa dal serrato confronto di soggettività individuali (personali o corporative che siano) considerati come la cellula di base della vita sociale. prima gli individui e le loro possibilità. Poi la società e i suoi problemi. Tutto si ripercuote sulle dinamiche dei legami sociali, subordinati nella neo cultura capitalistica al primato dell’individuo e della sua condizione di consumatore.
Richard Sennett, noto sociologo americano, cerca di riformulare i termini di una teoria della socialità, del fare insieme, della tenuta dei legami sociali nei contesti urbani.

RICHARD SENNETT
Sociologo e scrittore statunitense, si è occupato della teoria della socialità e del lavoro, dei legami sociali nei contesti urbani, degli effetti sull'individuo della convivenza nel mondo.

In collaborazione con Il Mulino

Gael Giraud: FarelaPace, Bergamo Festival 2016





Maggio 2016

Martedì 10

Futuro Prossimo Codice Evento 1011
LECTIO MAGISTRALIS - LA GRANDE SCOMMESSA
con Gaёl Giraud


h 21.00_Sala Mosaico Camera di Commercio, Bergamo

Dare regole alla finanza per salvare il mondo
Intervista
Giorgio Gandola - Direttore de l'Eco di Bergamo.
Gaёl Giraud, chief economist all’Agence Française de Développement, Direttore di ricerche al CNRS (Centre national de la recherche scientifique), fa parte del Centro di Economia della Sorbona, del laboratorio d’Eccellenza di regolazione Finanziaria e della Scuola di Economia di Parigi. Economista diventato Gesuita, spiega tutte le responsabilità di una finanza senza regole nella grave crisi in cui è entrato il mondo dal 2007. Regolare le anarchie della finanza è decisivo per affrontare la grande questione ecologica da cui dipendono le sorti del nostro pianeta. Occorre dare regole alla finanza per salvare il mondo.

GAEL GIRAUD
Economista, Gesuita, è chief economist all’Agence Française de Développement. Direttore di ricerche al CNRS (Centre national de la recherche scientifique), fa parte del centro di economia della Sorbona, del laboratorio d’eccellenza di regolazione finanziaria e della scuola di economia di Parigi.

In collaborazione con EMI e Camera di Commercio Bergamo

Si ringrazia Centro per la Pace - Comune di Bolzano

Agnes Heller: FarelaPace, Bergamo Festival 2016




Maggio 2016

Venerdì 6

Futuro Prossimo Codice Evento 1010
LECTIO MAGISTRALIS - LA MURAGLIA UNGHERESE
con Agnes Heller


h 21.00_Centro Congressi Giovanni XXIII, Bergamo

Il sogno europeo alla prova dei nuovi cinismi
Intervista
Giorgio Ferrari - Inviato speciale e editorialista di Avvenire.
Nel settembre del 2015 il premier ungherese Viktor Orban, leader del partito Fidesz, erige al confine con la Croazia e la Serbia una barriera anti immigrati, esprimendo tutta la sua sfiducia nella capacità delle istituzioni europee di governare i flussi di profughi accalcati lungo la pista balcanica.
Nemmeno vent'anni dopo Berlino un nuovo muro si alza nel cuore dell’Europa. Di questa vicenda ungherese si parla con Agnes Heller, filosofa, classe 1926, sopravvissuta all’Olocausto, massimo esponente della «Scuola di Budapest»,nota per essere la teorica dei “bisogni radicali”, indagatrice del delicato rapporto tra soggettività e potere, a suo tempo critica nei confronti della svolta autoritaria di molti paesi dell’Est.

AGNES HELLER
Filosofa ungherese, uno dei più autorevoli interpreti della complessità filosofica e storica della modernità. E' stata il massimo esponente della "Scuola di Budapest", nota in Occidente come la teorica dei "bisogni radicali".

In collaborazione con Il Mulino

giovedì 5 maggio 2016

Atrocità e menzogne

«Il grande errore di quasi tutti gli studi sulla guerra, errore nel quale sono caduti specialmente i socialisti, è di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre costituisce innanzitutto un fatto di politica interna – e il più atroce di tutti». 

Simone Weil, 1933


«Le bombe atomiche si ammassano nelle fabbriche, la polizia si aggira per le città in cerca di prede, le menzogne escono a fiotti dagli altoparlanti, ma la Terra continua a girare intorno al sole e, per quanto possano disapprovare il fatto, dittatori e burocrati non riusciranno certo a impedirglielo»

George Orwell, 1946

Velocità della Visione, Convegno sulla giovane poesia italiana



Velocità della visione – seconda giornata

7 maggio 2016
11:00 - 18:00

Incontro aperto
Di:
SPAZIO|POESIA

Velocità della visione – seconda giornata

Convegno sulla giovane poesia italiana

Mai così – si disse rintanandosi
tra le ripe lo scriba – mai stato
così tautologico il lavoro, ma neppure mai
ostico tanto tra le meraviglie.
Vittorio Sereni
Due giornate per fare chiarezza su alcune questioni relative alla poesia delle nuove generazioni e per promuovere un confronto diretto tra giovani poeti.
Impegnati a riflettere sul valore e sull’importanza della scrittura come percorso collettivo fatto di tradizione e ricerca, gli autori invitati saranno chiamati a esporre i loro principi di poetica e a verificarne la validità attraverso la lettura dei loro testi. Gli autori, selezionati per mostrare la qualità nella pur variegata differenza, provengono da importanti antologie e hanno all’attivo libri che testimoniano la buona salute della poesia italiana.
Con questa iniziativa Fondazione Cariplo, che sostiene il Laboratorio Formentini per l’editoria, ricorda la figura di Pier Mario Vello, Segretario Generale scomparso prematuramente nel 2014. Pier Mario è stato un uomo che ha portato in tutto il mondo la semplicità, il pragmatismo e la saggezza, lavorando con le persone nelle multinazionali fino alle più grandi istituzioni filantropiche nel mondo. Manager e poeta, apparentemente due impegni distanti, ha unito l’operatività ad una capacità di visione del futuro che oggi è la sua eredità morale, racchiusa nelle pagine dei saggi scritti in questi anni.
Programma della seconda giornata:
ore 17:00
Giuliana Nuvoli / Mario Santagostini
Marco Corsi
interventi e letture di:
Igor De Marchi
Piero Simon Ostan
Alessandro Pancotti
Gilda Policastro
Italo Testa
Francesco Maria Tipaldi
Curatori
Alberto Pellegatta è nato a Milano nel 1978, ha pubblicato Mattinata larga (Lietocolle 2001) e L’ombra della salute (Mondadori 2011). Nel 2005 ha vinto la prima edizione del premio Cetonaverde. Collabora come critico con quotidiani e riviste, dirige la collana «Poesia di ricerca».
Marco Corsi (Arezzo 1985), già ricercatore all’Università di Firenze, si occupa di editoria. Ha pubblicato su diverse riviste e la sua ultima raccolta, Da un uomo a un altro uomo, è uscita in Poesia contemporanea. Dodicesimo quaderno (Marcos y Marcos 2015). Ha vinto il premio Cetonaverde 2015.
img: Luca Bertolo, senza titolo, 2012, pastelli su cartolina postale

Vittorio Sereni, Dante Isella, Clelia Martignoni: Poesie, Edizioni Einaudi

Per Sereni l'esistenza è una storia sempre in movimento che si rivolge al passato e si proietta nel futuro. Ogni situazione è una somma di situazioni e ogni luogo è una somma di luoghi. C'è un dialogo incessante che si snoda nelle sue quattro raccolte e nei quarant'anni che separano la prima dall'ultima: dai versi di "Frontiera", espressione di una vocazione giovanile, attraverso "Diario di Algeria", frutto doloroso dell'esperienza della guerra e della prigionia e "Gli strumenti umani", una risposta alla crisi della Neoavanguardia, fino a "Stella variabile" che precedette di un anno soltanto la scomparsa del poeta.

(Questa la scheda  dell' edizione Einaudi del volume "Poesie" di Vittorio Sereni che il libraio trova  nella sua ricerca presso il Grande Distributore. Peccato che si ritenga ininfluente specificare che il volume è a cura di Dante Isella con la collaborazione di Clelia Martignoni).

Allen Ginsberg: Diario indiano, Il Saggiatore

allen g

In condivisione con minima&moralia. che ringraziamo.

Intervista ad Agota Kristof, scrittrice del dolore e dell’esilio




È morta ieri a Neuchatel, in Svizzera, all’età di 76 anni, la scrittrice ungherese Agota Kristof. Stamattina la ricordiamo con un’intervista di Michele De Mieri uscita per l’Unità.

di Michele De Mieri

Minuscola e leggera, con un passo claudicante e un paio di grossi occhiali a fare da schermo ai due occhi quasi sempre socchiusi, Agota Kristof si lascia avvicinare per le interviste che man mano diventano una sorpresa: ben presto infatti la taciturna scrittrice di culto, nata in Ungheria nel 1935 e trasferitasi in Svizzera a 21 anni dopo i fatti in Ungheria, parla di tutto, confessa che non scriverà mai più nulla di così interessante come i tre libri della Trilogia della città di K, non fa sconti alla versione filmica del suo Ieri (firmata da Silvio Soldini col titolo Brucio nel vento): “Troppo melensa e poi l’attrice non era in grado di dare corpo al personaggio di Line”, confessa di leggere pochissimo e di guardare molto la televisione: “prima amavo molto il cinema ma ora ho paura di uscire da sola la sera”. Timori, crediamo, non d’ordine pubblico: a Neuchatel riesce difficile immaginarsi una delinquenza comune che rende le strade insicure le serate, come i suoi personaggi la Kristof ha altre antenne per sentire chissà quali, ben diverse paure.
Come ha cominciato a scrivere e cosa ha significato per lei il passaggio dalla sua lingua madre al francese?
Un mio personaggio, in Ieri dice che è diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori. Devo dire che quest’affermazione vale anche per me. Fin dall’infanzia ho amato leggere e scrivere. Tutte le altre cose non avevano nessuna importanza, ma non volevo fare degli studi letterari, diventare un professore. No, non amavo quella strada: ho preferito andare a lavorare in una fabbrica. Lì potevo concentrarmi sulla scrittura, sui miei pensieri, vicino alla macchina che io usavo in fabbrica c’era un foglio su cui scrivevo i miei versi, ed era la cadenza delle macchine a darmi il ritmo di quella poesia. Allora scrivevo in ungherese. Poi ho scritto pochissimo per molti anni: avevo abbandonato il mio paese e stavo lasciando anche la mia lingua per il francese che non conoscevo bene e così mi esercitavo con dialoghi teatrali. Oggi quelle mie prime opere in francese mi sembrano quasi tutte orribili. Non tutte, qualcuna buona c’è. Erano gli anni Settanta.

E i tre libri della “Trilogia” come nascono?
Dopo le pièces teatrali cominciai a scrivere delle piccole novelle, volevo parlare della mia infanzia durante la guerra, vissuta con mio fratello maggiore. Scrivevo sempre delle scene corte, una o due pagine, poi queste scene, con il loro titolo, diventavano capitoli del mio romanzo. Quindi cambiai il mio nome e quello di mio fratello e trasformai i personaggi in due maschi e poi in due gemelli. Da quel momento non scrissi solo di cose da me vissute ma cominciai a immaginare altro. Lasciai l’autobiografia e riorganizzai quei capitoli per uno struttura romanzesca.
Come ha raggiunto questo stile essenziale, duro, secco?
All’inizio non era per niente così. Anche quando scrivevo in ungherese ero melliflua, romantica, troppo letteraria. Le mie prime cose in francese, quelle per il teatro, erano scritte in una lingua normale, quotidiana. Solo quando ho cominciato a scrivere i capitoli della prima parte della Trilogia ho cercato fortemente un nuovo linguaggio: dovevo rendere lo stile di un libro scritto da dei bambini (i due gemelli n.d.r.), anche se un po’ speciali, molto intelligenti e autodidatti, che amano i dizionari com’eravamo io e mio fratello. Per la verità chi mi ha messo definitivamente sulla buona strada è stato mio figlio quando aveva dieci, dodici anni, io l’osservavo molto scrivere, studiavo il modo e il contenuto, e cercavo di apprendere quello stile, quel punto di vista. Il mio stile è figlio di mio figlio.
Lei sembra indicarci che solo attraverso il dolore possiamo avere un’opportunità di comprendere gli altri, il mondo…
Questo è vero, ma lo è solo per me. E’ il mio modo di mettermi in contatto col mondo, ma non posso dire che questo sia valido per le altre persone.
Oggi come vive la separazione col suo paese, con quella lingua? Legge letteratura ungherese? Torna spesso in Ungheria?
Io non volevo lasciare il mio paese. Lo rimprovero sempre al mio ex marito: era lui che aveva paura dopo i fatti del ’56, io non avevo nulla da temere, lavoravo in fabbrica e amavo scrivere. All’inizio non capivo cosa c’entravano per me la Svizzera, la lingua francese. E’ stata una separazione difficile, soprattutto quella della mia lingua, ma non potevo continuare, come hanno fatto alcuni altri scrittori dell’Est. A scrivere in una lingua che non parlavo più quotidianamente. Non avrei avuto neppure lettori. E così scrivere in francese è stata una necessità oltre che una sfida. Mi dicevo: “come può accadere questo, io che sto scrivendo in una lingua che non è la mia”. Era un po’ un miracolo. Oggi mi capita di ritornare in Ungheria, ho pure il doppio passaporto, ma per brevi periodi, io vivo in Svizzera vicino ai miei figli. Tra gli scrittori ungheresi conosco bene e personalmente Imre Kertész, sono stata felice per il suo Nobel. Sa, è stato per anni povero e senza successo.

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Un commento a “Intervista ad Agota Kristof, scrittrice del dolore e dell’esilio”
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  1. […] Apprendo che l’autrice della trilogia piu’ affilata che abbia mai letto è morta ieri a 76 anni. In questo contesto, affilata non è una mia definizione, ma appartiene ad un tipo di cuneo che non conosco. Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di sé stessi. (Agota Kristof) This entry was posted in sul sagrato, terzapagina and tagged Agota Kristof, morte, necrologia by pagnino. Bookmark