venerdì 5 agosto 2016

The Allen Ginsberg Project

Un Po di Racconti e Canti del Grande Fiume

Uno spettacolo parlato e cantato




Con Giada Generali, Chiara Tambani, Maurizio Corda,
Gruppo di canti popolari “I giorni cantati”

L’arrivo della prima nave, una donna che vive sulle sponde del fiume ed un uomo che sfida le sue piene per amore, un artista stralunato, Garibaldi e Farinacci.
Se potesse parlare il Grande Fiume ne avrebbe di storie da raccontare! Le voci narranti ne conoscono solo alcune e, nel raccontarvele, si faranno aiutare dai canti popolari che accompagnano lo scorrere delle sue acque.










Sabato 6 agosto alle ore 21:00

Ingresso con tessera Arci 2016


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Jean Tepperman

...Mi deridevano con riviste
piene di seni e merletti,
contenti come pasque
quando il primogenito del dottore
sposava una ragazza tranquilla e carina.
Mi raccontavano storie
di signore eleganti e sportive
e le loro diverse carriere.
Mi svegliavo la notte
con la paura di morire.
Costruivano schermi e divisori
per nascondere il desiderio
non bello a vedersi
a sedici anni
inesperta disperata
mi abbottonarono dentro vestiti
a fiori rosa.
Aspettavano che io finissi
per riprendere la conversazione.
Sono stata invisibile,
strana e soprannaturale.
Voglio il mio vestito nero.
Voglio che i capelli
mi si arriccino selvaggi.
Voglio riprendere la scopa
dall’armadio dove l’ho rinchiusa.
Stanotte incontrerò le mie sorelle
nel cimitero.
A mezzanotte
se ti fermi al semaforo
nel traffico umido della città,
guarda se ci vedi contro la luna.
Noi gridiamo,
noi voliamo,
noi ricordiamo e non smetteremo.
JEAN TEPPERMAN “Strega”, 1969.

Alle giovani amiche

"Guardo una donna osare
  oso guardare una donna
  guardami che imparo il coraggio
  le gambe e le braccia le sento nuove"

                 Jean Tepperman

Desiderata della Libreria Ponchielli : "L'eco delle campane"

Da tempo la libraia pensa che, nella nostra città, in Italia, nella nostra cultura avviene qualcosa che non va.
Tutte le iniziative, le proposte sono come canti solitari, i giapponesi parlavano di questo come " campane che suonano senza eco".
Forse è venuto il momento in cui  "suonare " insieme può significare molto.


Ringraziamo Ennio Bissolati e Vibrisse per la risata liberatoria che hanno suscitato


“Storia di un’upupa e dell’uomo che le insegnò a upupare”, di Iginio Montile

by di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]



calzavara

Presento anzitutto le mie scuse alle gentili lettrici e ai cortesi lettori di vibrisse: la bibliofilia, come ben sa lo Gnirro (per quanto, prudentemente, si astenga dallo scriverne), non è professione ma passione; e talvolta dalle passioni la professione, per motivi professionali ovvero economici e alimentari, indebitamente – ovvero per evitar di far debiti – distoglie. Comunque: èccomi qua, di bel nuovo tornato dal Brasile, ove mi recai in qualità di consulente di una società di formazione di formatori di operatori addetti alla messa in opera di zanzariere avvolgibili – potete facilmente immaginare, in questi tempi olimpiàdici, l’incremento della domanda e la frenesia dell’offerta. Dunque rientro, e mi ritrovo tra la posta – sollecitamente depositata dal postino presso il salone di estetica Bulli & Pupe, sotto casa – questo tomino (in senso voluminoso, non caseario) intitolato Storia di un’upupa e dell’uomo che le insegnò a upupare, dovuto alla spregevole penna di Iginio Montile. Spregevole, dico: e so il fatto mio.

Se l’imitazione, si sa, è la madre di tutte le arti, giacché solo l’imitazione dei grandi permette ai piccoli d’ingrandirsi e aggrandirsi, e alla fin fine diventare grandi a loro volta; se l’imitazione è tanto imitazione, come dicevano gli antichi, della Natura – quanto imitazione, come dicevano gli intermedi (mentre i moderni, come noto, rifiutandosi d’imitare alcunché, ricaddero in quell’imitazione di sé stessi che fu improvvidamente chiamata Romanticismo) delle opere belle prodotte dagli antichi; be’, mi sia concesso a questo consesso dirlo, esiste al mondo una variante degradata, se non perversa, o pervertita, dell’imitazione, che altro non è che la copiatura sputata e spudorata. Nella bibliografia – ovviamente smsiurata – dell’Iginio Montile troviamo infatti (e sia chiaro che trascelgo): Storia di un gallo e della gallina che gli insegnò a galleggiare; Storia di una farfalla e del logopedista che le disimparò a farfugliare; Storia di una lontra e della nutria che le fece visitare Londra; Storia di un pappagallo e del papa che lo distolse dal gallicanesimo (imprudentissimamente pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, che dopo il recente cambio di papa se ne pentì amaramente); Storia di una giraffa e del personal coach che la rese affabile; Storia di una tarantola e del tarantino che le insegnò la tarantella; Storia di un geco e del greco che lo fece secco; Storia di un anaconda e della bionda che lo comprò alla Standa; Storia di un coleottero e del balenottero che gli fece fare un giro in elicottero; e, dulcis in fundo, ovvero last but not least, Storia di una lucertola e di Cenerentola che l’acchiappò sull’erta. Una scorpacciata di scopiazzature, una colazione a ripetere, un’indigestione di taroccamenti. Tutto a scapito di quel prover uomo che s’inventò la favola della gabbianella, che tutti conoscono, e del quale è superfluo quindi fare il nome: favola gradevole, pedagogicamente corretta, e baciata da una fortuna tanto incommensurabile quanto immotivata (in quanto nessuna fortuna incommensurabile, a ben vedere, è seriamente motivata).
Che dire dunque di quest’ultima, ma temo non ultima, fatica del nostro? Tanti complimenti al grafico, diremo innanzitutto, autore di una copertina tra le più inguardabili degli ultimi vent’anni; tanti complimenti all’editore, per la trovata delle non centomila, non duecentomila, non centocinquantamila, ma 147.322 “copie vendute”: come se bastasse buttare lì un numero, tanto esagerato quanto a caso, per sfuggire al sospetto di reclamistica iperbole; e tanti complimenti all’autore che finalmente, dopo tanto furfanteggiare copiando e scopiazzando a destra e a manca, a forza di dài e dài, ha prodotto un’opera nella quale – caso unico nel Montile – il delirio supera la tracotanza, la follia supera il mero calcolo economico, l’illusionismo immaginifico supera la bieca ripetizione. Il nostro sospetto – e i sospetti dei bibliofili, si sa, son particolarmente sospettabili – è che il Montile sia giunto al capolavoro per sfinimento: esaurita la scorta delle scopiazzature possibili, in questa Storia di un’upupa e dell’uomo che le insegnò a uppare egli si è inoltrato in quel territorio nel quale regnano gli Ioneschi, ed ivi ha riportato uno strabiliante quanto impreveduto successo (artistico, s’intende; ché sul numero di copie vendute ecc. ecc., col fischio, ecc. ecc.).
E dunque. Se vi piace l’assurdo, lettrici care, spettabili lettori, questo Iginio Montile fa per voi. Tutto il resto no. Come della sterminata opera di Emilio Salgari – tanto per citare qualcuno che, s’intende artisticamente, non c’entra per nulla – solo due, forse tre romanzi si salvano; restando inspiegabile come un tanto insipido narratore sia riuscito una, due, tre volte in vita – e solo quelle – ad elevarsi alle vere vette dell’arte; così il Montile. Genio una volta, e poi – temiamo – più. Cogliete dunque questo estremo, unico fiore; e meditate, gente, meditate sull’infinita vanità delle aspirazioni umane.

 Le recensioni del bibliofilo. 

Piante medicinali in Vietnam, O barra O


    

Incontro sulla Letteratura Vietnamita  


In occasione di Pianta-la! Storie di piante medicinali in Vietnam, la mostra che si terrà a Brentonico dal 2 al 28 agosto, Maurizio Gatti, editore O barra O, ci accompagnerà in un viaggio alla scoperta della cultura e della letteratura vietnamite.

 Vi aspettiamo martedì 9 agosto, alle ore 18.00, a Palazzo Eccheli Baisi - Brentonico.



mercoledì 3 agosto 2016

Libreria del Gatto Nero a Radio Onda d'Urto


Libreria del Gatto Nero

libreria 
La Libreria del Gatto Nero della Festa di Radio Onda d’Urto ospita un ampio spazio dedicato alla possibilità di acquistare centinaia di libri, molti dei quali fuori dai circuiti mainstream, grazie alla collaborazione tra la Libreria Quarantasette del centro sociale Magazzino 47 di Brescia con redattori/trici di Radio Onda d’Urto,  compagne/i, amiche/i e collaboratori/trici della fascia culturale “Dissonanze”, in onda ogni giorno feriale sulle frequenze della Radio e in particolare con Flatlandia, il programma del lunedì (12.30 – 13 e 13.30 – 14.30) dedicato ai libri e alla lettura.
In calendario ogni sera alla Festa di Radio Onda d’Urto ci sono incontri, presentazioni di libri e fumetti, letture per bambini e tanto altro ancora.
Il programma di #festaradio 2016, dal 10 al 27 agosto 2016 in via Serenissima a Brescia:
LIBRERIA DEL GATTO NERO
PRESENTAZIONI (@ Libreria)
Sabato 13 agosto – h 20.00
Incontro con Alice Banfi che presenta Slegalo! Usi e abusi della psichiatria (BeccoGiallo, 2016). Partecipa Giovanni Rossi, psichiatra, vicepresidente nazionale del club “SPDC No Restraint” e fondatore di Radio 180
Domenica 14 agosto – h 20.00

Fiabe Resistenti. Racconti zapatisti del Subcomandante Marcos. Presentazione e letture dal vivo del libro “Fiabe Resistenti. Racconti Zapatisti del Subcomandante Marcos” a cura di Collettivo Nodo Solidale e di Kairos Moti Contemporanei. Appuntamento per bambini ed adulti.
Lunedì 15 agosto – h 20.00
Incontro con Samantha Schloss, artista e attivista del movimento Bodypositive
Martedì 16 agosto – h 20.00
Serata “Siamo Gatti”
Mercoledì 17 agosto – h 20.00
Ugo Cornia presenta Buchi (Feltrinelli, 2016). Con una comicità intrisa di nostalgia, uno dei più grandi scrittori italiani affronta il “mistero grande delle emozioni”
Giovedì 18 agosto – h 20.00
“Contro è un invito al risveglio dal torpore quotidiano, uno sguardo obliquo sul presente…”. L’attrice Eva Geatti (Motus, Cosmesi) legge Contro (Bébert edizioni) di Lydie Salvayre, scrittrice Premio Goncourt, accompagnata alla chitarra da Marcello Batelli (Teatro degli Orrori). Interviene l’editore di Bébert, Matteo Pioppi
Venerdì 19 agosto – h 20.00
Serata “Siamo Gatti”
Domenica 21 agosto – h 20.00
Presentazione del graphic novel Verdad (Coconino, 2016), storia di una giovane donna negli anni della guerra di Spagna e la sua solitaria ricerca di un ideale di giustizia e libertà. Incontro con l’autrice Lorena Canottiere
Lunedì 22 agosto – h 20.00
Serata “Siamo Gatti”
@ Patchanka/Spazio dibattiti: “Io non dimentico. Renato Biagetti 2006-2016”. Presentazione e proiezione del reading del fumetto “PROSSIMA FERMATA. Una storia per Renato” di Zerocalcare e Erre Push. Interventi di: Campagna Io non dimentico Renato,  Comitato madri per Roma città aperta, Luca O’Zulu Persico dei 99 Posse, Bestie Rare e  Rete Antifascista di Brescia.
Mercoledì 24 agosto – h 20.00
Presentazione di Sex Work. Il farsi lavoro della sessualità (Bébert, 2016). La relazione tra corpi, lavoro e sessualità; i diritti delle sex workers. Interviene l’autrice, Giulia Selmi, dottore di ricerca in sociologia e ricerca sociale
Giovedì 25 agosto – h 20.00
Presentazione di Fiamme e rock’n’roll. Romanzo veridico sullo sgombero del Leoncavallo, 1989 (Shake, 2016 – con prefazione di Sandrone Dazieri). Saranno presenti l’autore Bruno Segalini (voce e chitarra di Pila Weston) e l’editore Ermanno Guarneri (Gomma).
Venerdì 26 agosto – h 20.00
Presentazione di Il movimento è fermo. Un romanzo d’amore e libertà, ma non troppo (Rizzoli, 2016). Lo Stato Sociale, una delle più note band italiane, scrive un manifesto d’accusa rivolto agli atteggiamenti negativi che ostacolano le speranze e le rivoluzioni
Sabato 27 agosto – h 20.00
Presentazione del fumetto Pugni. Storie di boxe (Becco Giallo, 2015), il racconto, tra disegni e parole di 15 incontri di pugilato che hanno fatto la storia di questo sport. Saranno presenti gli autori, Boris Battaglia e Paolo Castaldi e Paolo Interdonato del blog e della trasmissione “Spari d’inchiostro”


Olschki e Libreria Ponchielli

Agli amici della mirabile Olschki, Franca della Libreria Ponchielli augura, ricambiando,felici giorni d'estate.
Risultati immagini per giorgio morandi paesaggiChe tutti noi si possa creare e custodire bellezza.

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Shinto, opera di J.L.Borges, contenuta in La Cifra.

martedì 2 agosto 2016

Pia Pera raccontata in modo magistrale da Francesco Maria Cataluccio. Lo ringraziamo e ringraziamo Doppiozero che ce lo ha regalato









Il giardino di Pia Pera

Ho incontrato la prima volta Pia Pera a Milano, nella sede della Garzanti, dove lavorava, verso la fine degli anni Ottanta. Da come era vestita, e come sorrideva, mi sembrò una simpatica signorina inglese. Ovviamente non glielo dissi, ma, parlando dei comuni interessi per il mondo slavo, mi fece sapere che aveva studiato in Inghilterra. Era stata allieva di Isabel de Madariaga, autrice di fondamentali studi come Caterina di Russia (Einaudi, 1988) e Ivan il Terribile (Einaudi, 2006). Pia Pera si era occupata dei “vecchi credenti”: quei fanatici ortodossi con le barbe, perseguitati dal “modernizzatore” Pietro il Grande. Pubblicò, di lì a poco, quando ancora nutriva legittimamente delle speranze di una carriera universitaria, uno studio scritto come un romanzo: I vecchi credenti e l’anticristo (Marietti, 1992). Pia Pera aveva anche curato l’edizione del primo testo letterario russo, composto da un “vecchio credente”: Vita dell’arciprete Avvakum scritta da lui stesso (Adelphi, 1986): un libro che, in un certo senso, le corrispondeva, per quel misto di passione e attenzione alla quotidianità. Fu questa la prima di molte belle traduzioni dal russo: dai classici, come Puškin e Lermontov, ai contemporanei, come Leonid Dobyčin, La città di Enne (1935) che le pubblicai da Feltrinelli nel 1995. In quella occasione, Pia Pera scrisse una postfazione di grande finezza e cultura, che sembrava un racconto: L’utopia dei cortovedenti. Per sostenere la sua tesi, ci costrinse a pubblicare anche una vecchia e tristissima foto-ritratto di Dobyčin con lo sguardo da incurabile miope. 

Ci frequentavamo spesso in quel periodo, perché abitavamo vicini, dalle parti di Piazza Risorgimento: partecipammo entusiasti all’inaugurazione della squisita Pasticceria “Sissi” e a quella di un improbabile ristorante siciliano (oggi sardo), gestito da un bizzarro ex-carabiniere, suo grande ammiratore. Se passava un russo da Milano, mi invitava a cena; altrettanto facevo io quando capitavano dei polacchi: la vodka c’era sempre. A Pia Pera e a Mauro Martini (che divenne anche suo amico ed estimatore) debbo quasi tutto quel poco che so della Russia.
Poi, e nessuno se ne stupì, Pia Pera iniziò a scrivere e pubblicare suoi romanzi. Il primo, La bellezza dell’asino (Marsilio 1992) erano una raccolta di racconti onirici che mostrano quanto il mondo possa essere completamente diverso, persino capovolto, se osservato e analizzato da un’altra prospettiva, collaterale, ed estraniante. Racconti uniti dal tema della Bellezza, che c’è sempre, da qualche parte, e che ognuno di noi scova: anche in un asino. Queste storie, inspirate dal Sogno di una notte di mezza estate, ebbero un certo riscontro di critica. Ebbe maggior successo di pubblico Diario di Lo (Marsilio 1995), il racconto dal punto di vista di Lolita della vicenda narrata da Nabokov, le procurò molti positivi riconoscimenti ma anche un sacco di grane legali, in seguito alla traduzione in inglese. Il figlio cantante ed erede di Nabokov, la denunciò per “appropiazione indebita del personaggio” e la costrinse a ritirare il libro (negli stessi anni, sempre a Londra, la Feltrinelli, detentrice mondiale dei diritti di Pasternak, intentò con successo una causa contro lo scrittore inglese che aveva scritto il seguito de Il dottor Zivago). Così Pia, dopo aver abbandonato l’idea di insegnare storia e letteratura russa o lavorare stabilmente per l’industria editoriale, perse la voglia anche di scrivere racconti e romanzi.

Ho sempre pensato che in Pia ci fosse un forte bisogno di sognare, non in astratto, ma immaginare di fare e realizzare qualcosa di bello e giusto. Prese a viaggiare in Francia sulle tracce di un’utopia moderna reale. Pubblicò un libro molto strano: L'arcipelago di Longo Maï. Un esperimento di vita comunitaria, (Baldini e Castoldi, 2000). Nell’introduzione, scriveva: "Longo Maï significa ‘lungo maggio’ in lingua provenzale, un augurio e una speranza per questo esperimento di vita comunitaria nato appunto in Provenza nel 1972 e diffusosi in seguito in vari paesi europei. Sono numerosi gli esperimenti sociali ed economici con l'obiettivo di prescindere dalla logica del profitto e attuare l'autogestione; centri sociali, banche alternative, cooperative di produzione e di servizi. Arrivata ormai alla seconda generazione, Longo Maï fornisce spunti di riflessione critica a un modello di aggregazione possibile in un progetto comunitario flessibile, mutevole e soprattutto capace di realizzare l'ideale anarchico, ispirato ai principi del socialismo utopico e all'impulso libertario del '68”. A quell’esperienza fece seguito un certo malinconico disincanto. Ma era come se avesse toccato qualcosa che, pur nella delusione rispetto ai risultati, non le permetteva più di vivere serenamente la vita di Milano e dei suoi complicati ambienti.

Col nuovo secolo accadde che ereditò un casolare appena fuori Lucca circondato da un bell’appezzamento di terreno, alle pendici di una collinetta che schermava il vento proveniente dal mare. Inizialmente pensò di usarlo come luogo di vacanza, riposo e scrittura. Il ritorno nella sua città natale, dalla quale se n’era andata giovanissima, non era facile, così come il rapporto con il padre, noto giuslavorista, e la famiglia che là ancora abitava. Aveva spiegato questo disagio in un perfetto saggio-racconto intitolato San Michele e il drago (“MicroMega”, n. 3, 1997; pp. 85-90), dove leggeva la sua città e i suoi rapporti famigliari guardando dalle spalle l’elegante Chiesa di San Michele con le sue statue “volutamente costruita più in cielo che in terra”. Pia Pera raccontava il suo rapporto con la natura attraverso le lunghe passeggiate fatte col padre: “si cammina per sentieri di montagna spesso infrascati, attraverso letti di torrenti, si guardano le pievi che da quelle parti sono severe e bellissime, la sera si mangia e si gioca a carte”.

Col passare del tempo, quel casolare un po’ isolato e quel giardino da anni incolto l’attirarono definitivamente a sé, realizzando un sogno che aveva sin da bambina: “Non so da dove mi venga l’impulso ostinato che mi porta all’orto e al giardino, o meglio, all’orto/giardino, visto che per me fanno tutt’uno. (…) Ero ancora una bambina confinata in un appartamento di città e provavo intenso il desiderio di possedere quattro metri quadrati di terra tutti miei per crescerci le mie piante, delimitare un confine inviolabile. Finché i miei – nonni, genitori, zii, l’intera famiglia allargata – non hanno deciso di trasferirsi in una grande casa di campagna, circondata da un boschetto di lecci e di tigli e affiancata da due poderi. I quattro metri quadrati si sono dilatati in altrettanti ettari. Spaesata da tanto spazio, mi aggiravo tra gli alberi, li visitavo uno per uno. Lì è avvenuto anche il primo impatto con l’orto…”. La parte “inglese” di Pia, imbevuta degli incanti de Il giardino segreto (1911) di Frances Hodgson Burnett, prese il sopravvento.  Riscoprì che stare in mezzo alle piante, agli alberi e ai fiori le dava una grande serenità, che forse non aveva mai avuto, in modo così prolungato. E anche tutti i libri che, fino a quel momento, aveva letto, trovavano un senso vero tra i colori e i profumi del suo giardino: “Avevo scoperto che i campi erano per me una grande tela su cui dipingere, un quadro che avrei terminato solo al momento della mia morte. Mi era impossibile giustificare questo cocciuto desiderio di dipingere su quella tela a scapito di qualsiasi altra attività, ma così era. Il podere esercitava su di me un’attrazione che non sapevo spiegare”.

Tornava a Milano per lavoro e per incontrare gli amici, ma era come fosse ormai sempre là. La solitudine agreste sembrava non pesarle. Sistemò il casolare trasformandolo in una bellissima casa piena di libri, quadri e mobili. Il giardino rimaneva in gran parte pieno di erbe spontanee, portate lì dal vento e dagli uccelli. Non osava toccarlo. Fu allora che scoprì il botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka (1913-2008), pioniere dell’agricoltura naturale e del non fare. Il suo libro-manifesto La rivoluzione del filo di paglia (LEF, 1980) si ispira al concetto del Mu (che, in giapponese, significa “senza” o anche “nessuno”), che è il nucleo dell'insegnamento del Buddhismo Zen. Fukuoka chiamava le sue pratiche di coltivazione: “agricoltura del Mu”. Per lo Zen, l'Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia "senza” agire, lasciando libero il campo a quel "meccanismo di autoregolazione della Natura che può manifestarsi soltanto se non gli si fa violenza", rispettando, ad esempio, nell'agricoltura, i suoi orologi interni ed esterni, atmosferici. Pia Pera sposò questa filosofia, ma non era nel suo carattere alcuna forma di fanatismo. Per questo motivo, nella pratica del suo orto e del suo giardino, attuò solo in parte le idee di Fukuoka, lasciando libero spazio alla sua fantasia, all’intuito e al buon senso che le suggerivano i contadini toscani, o qualche altro “ex cittadino” fuggito in campagna, dei quali era diventata buona amica. Quel giardino e quell’orto erano il suo “regno”. Centinaia di varietà di fiori, verdure e piante (alcune recuperate da semi antichi fatti arrivare da una banca londinese) conferivano al luogo un aspetto di giungla attraversata da ordinati vialetti. Pia accarezzava delicatamente le piante, passandoci sopra il pettine della sua mano. Grazie a lei ho imparato a riconoscere, e amare, tra le tante piante che non conoscevo, il “Tasso barbasso”.

Pia Pera iniziò a raccontare quella sua esperienza di cittadina trasferitasi in campagna alle prese con le piante e i fiori indisciplinati: “Non chiamatele ‘erbacce’: le erbe spontanee sono ospiti della mia terra!”. I suoi testi dimostrano competenza, saggezza e poesia. Chi l’aveva persa di vista, rimase colpito nel leggere le pagine straordinarie del suo libro L'orto di un perdigiorno. Confessioni di un apprendista ortolano (Ponte alle Grazie, 2003; TEA, 2015). Non è un manuale di giardinaggio, ma un racconto letterario-botanico che si colloca nel solco dei libri di Ippolito Pizzetti (Robinson in città. Vita privata di un giardiniere matto, Archinto, 1998), o ancor più di Paolo Pejrone (In giardino non si è mai soli. Diario di un giardiniere curioso, Feltrinelli 2002; Il vero giardiniere non si arrende, Feltrinelli 2003). In più, Pia Pera aggiunge alle sue pagine una squisita vena letteraria che la fa accostare a libri come Rudolf Borchardt, Il giardiniere appassionato (1968; Adelphi 1992).


Opera di Renoir.

Pia iniziò a riflettere sul suo nuovo lavoro e sugli obiettivi che si era data. Pubblicò Il giardino che vorrei (Electa, 2006; Ponte alle Grazie, 2015): “Il giardino che vorrei mi sarebbe piaciuto leggerlo all’inizio, quando ho avuto a mia disposizione un podere: ero piena d’amore e d’entusiasmo, ma le mie idee erano quanto mai vaghe. Adesso sarei pronta a ricominciare da capo, non fosse che – nel frattempo – mi sono affezionata al mio, seppure imperfetto, giardino”. Ma non si dedicava soltanto al giardino e a scrivere di esso. Manteneva contatti con varie organizzazioni legate alle piante e appoggiava le azioni dei “guerrilla gardens”, che nelle città compiono semine clandestina di spazi abbandonati. E collaborava con artisti, come quando scrisse per Gianna Nannini tutti i testi di un’opera rock: Pia come la canto io (2008), ispirata a Pia de’ Tolomei, protagonista del Quinto Canto del Purgatorio. I testi sono altamente poetici e uniscono suggestioni antiche, medievali a valenze e sapori moderni e contemporanei, con un duro plurilinguismo, con accenni anche al triviale, alla maniera dantesca.
 
Più “militanti” e pratici sono i volumi successivi, frutto dell’ insegnamento attraverso il suo sito web e conferenze: Contro il giardino dalla parte delle piante (Ponte alle Grazie, 2007) e Le vie dell'orto. Coltivare verdura e frutta sul balcone, sul davanzale o in piena terra e difendere il proprio diritto alla semplicità  (Terre di mezzo, 2011). L’orto e il giardino sono ormai un lavoro non soltanto pratico, ma anche di riflessione, aggiornamento, scoperta di tecniche e trucchi. Pia vuole comunicare agli altri la realizzazione della sua piccola utopia e la felicità che le viene dallo stare a contatto con la natura. Il lavoro nel giardino le pare un lenitivo, una terapia, e una prevenzione contro i mali del mondo contemporaneo: Giardino & ortoterapia. Coltivando la terra si coltiva anche la felicità (Salani, 2010).

Ma poco dopo avviene il patatrac: una gamba che non si muove bene, analisi che non chiariscono niente, l’aggravarsi dello stato generale di salute, la diagnosi di un progressivo stato degenerativo… Pia continua come può a vivere il suo giardino, anche se i fiori a poco a poco non li può più curare, e la terra non riesce più lavorarla. Si accentua inevitabilmente la sua simbiosi ed identificazione con esso: “È cresciuta l’empatia. La consapevolezza che, non diversamente da una pianta, io pure subisco i danni delle intemperie, posso seccare, appassire, perdere pezzi. Non sono più un osservatore esterno. Mi trovo io stessa in balia. Questo ispira un sentimento di fratellanza col giardino.

Altrettanto indifesa, altrettanto mortale. Quasi fossi io il giardino”. Tutto questo è narrato in un volume che rimarrà a lungo nei cuori dei lettori: Al giardino ancora non l’ho detto (Ponte alle Grazie, 2016). Non si tratta più di un libro di botanica alternativa né di riflessioni letterarie sulle piante e gli orti: questo è un libro che, pur non nascondendo la malattia e la sofferenza, infonde una grande serenità, in un senso di equilibrio e fatalità che la Natura trasmette a chi sa starci dentro e rispettarne le leggi. Il giardino è il contraltare della malattia. Le piante che soffrono, sembrano essere solidali con il giardiniere ammalato. Pia ascolta e si ascolta, e racconta quello che le accade nelle corsie degli ospedali, i pensieri che la assalgono di notte, i brani letterari (soprattutto russi e inglesi) che le tornano in mente a proposito di ciò che le accade e non la fanno sentire sola. Accetta un po’ alla volta, con calma, di “essere qualcosa di piccolo e indefinito, un puntino nel paesaggio”. Il libro ha l’andamento e il tono di un diario di una discesa e un po’ di un prezioso testamento che non manca di ricordarci che “il vento è disegnato dai petali del susino che cadono leggeri”.