La gioia o l’ottimismo, per me, non sono emozioni psicologiche da
provare nel momento in cui certe condizioni migliorano. La gioia o
l’ottimismo sono la metodologia politica degli oppressi: non possiamo
permetterci il lusso della depressione perché, altrimenti, moriamo.
Politicamente parlando, “depressione” è ciò che sta accadendo alla
società neoliberista, dal momento che mercato e forze conservatrici
mirano a privarci della capacità di desiderare e, quindi, di pensare il
cambiamento. Questo l’ho imparato dal femminismo nero – sono stato
studente di Angela Davis: la cosa più difficile da immaginare è che le
condizioni nelle quale ci troviamo possano cambiare. Per questo dico che
l’ottimismo è una metodologia politica, perché ci permette di pensare
che le cose possono cambiare e che però, perché ciò accada, dobbiamo
essere noi a cambiarle. L’oppressione, di genere o patriarcale, non è
qualcosa di naturale, ma qualcosa di storicamente costruito, e in quanto
tale può essere sconfitta.
Settembre è un buon mese. È il momento in cui i nuovi libri, come
dei cuccioli nati all’inizio dell’estate, escono per la prima volta a
giocare all’aria aperta, con i loro cuscinetti morbidi e le loro costole
brillanti. Le librerie si riempiono di questi corpi sconosciuti. Alcuni
arriveranno nelle case, faranno parte di una biblioteca, si sdraieranno
in letti sconosciuti. I libri sono, come i virus, entità intermedie tra
l’oggetto e l’essere vivente. Una biblioteca è una biografia materiale, scritta con le parole
d’altri, frutto dell’accumulazione e dell’ordine dei diversi libri che
qualcuno ha letto nel corso della sua vita. Ma ai libri letti vanno
aggiunti i libri che si possiedono senza averli letti, quelli che
riposano sugli scaffali o che attendono sui tavoli, ma non sono mai
stati aperti né esplorati con lo sguardo. In una biografia i libri non
letti sono degli indicatori di desideri frustrati, di desideri
passeggeri, di amicizie mandate in frantumi, di vocazioni insoddisfatte,
di depressioni segrete che si nascondono dietro l’apparenza di un
sovraccarico di lavoro o di mancanza di tempo. Sono talvolta delle
maschere che il falso lettore indossa per emettere dei segnali letterari
volti a suscitare la simpatia o la complicità degli altri lettori.
Altre volte, come su una pagina Instagram, contano solo la copertina, il
nome dell’autore o persino il titolo di un libro. I libri non letti
sono una riserva d’avvenire, dei brani concentrati di tempo, che
indicano una direzione che la vita avrebbe potuto prendere ma che non ha
preso, o che potrebbe ancora prendere. Ogni relazione amorosa lascia dietro di sé una biografia, come una
sorta di traccia o di eredità nella quale si segnalano i libri che ogni
amante ha portato all’altro. Allo stesso modo si potrebbe dire che
qualsiasi relazione possiede la sua bibbia, il suo libro sacro, il libro
attraverso il quale un amore o una delusione amorosa si raccontano.
L’intensità e il grado di realizzazione di un amore possono essere
misurati dall’impatto che la relazione amorosa ha avuto sulla nostra
biblioteca personale. Frontiere abbattute
Con l’amante con cui ho vissuto più a lungo, abbiamo finito per formare
una biblioteca di oltre cinquemila volumi, unendo i nostri libri e
aggiungendone ogni giorno. Anche se sono più di quattro anni che ci
siamo separati come coppia romantica (secondo le convenzioni borghesi e
patriarcali che regolano ancora quella che socialmente viene intesa come
coppia), non siamo mai riusciti a separare i nostri libri. Virginie e
io veniamo da due mondi diversi o, per essere più precisi, avevamo due
biblioteche radicalmente eterogenee prima di amarci. La sua era composta
da un migliaio di libri sulla cultura musicale e il punk rock, di cui
una buona parte in inglese, mescolati a una buona collezione di
letteratura americana e a una selezione specializzata di romanzi
polizieschi in francese. La mia era andata componendosi dal mio
passaggio nelle istituzioni universitarie di tre paesi diversi, dai
gesuiti alla New School for Social Research, passando da Princeton e
dalla Ecole des hautes études en sciences sociales. Era una biblioteca
piuttosto noiosa e da studioso, in tre lingue, che riuniva i classici
greci e latini, la storia dell’architettura e della tecnologia, oltre
che della filosofia francese, e dove solo cinquecento titoli circa del
femminismo, della teoria queer e anticoloniale turbavano la pace
canonica del pensiero occidentale. Il nostro amore ha dapprima provocato lo scambio di qualche libro tra
le nostre rispettive biblioteche. Forse tutto è cominciato con la
migrazione di Il corpo lesbico di Monique Wittig che, dalla mia
biblioteca, ha trovato un luogo ideale, nella sua, tra Albertine
Sarrazin e Goliarda Sapienza. Poi è stata la volta del contrabbando del
suo Ellroy e del suo Calaferte, che hanno affilato le proprie pagine per
aprirsi un varco nella mia biblioteca tra Hobbes e Leibniz. Poi è
avvenuto il glorioso incontro tra la sua Lydia Lunch e la mia Valerie
Solanas. Quindi l’evasione del suo Baldwin verso la mia biblioteca, dove
ha trovato posto accanto ad Angela Davis e bell hooks. È stato come se
le frontiere politiche stabilite da ciascuna delle due biblioteche
cadessero di fronte al fascino dei libri dell’altro.
In seguito, quando siamo andati a vivere insieme, è avvenuta la
fusione delle due biblioteche. La riorganizzazione di tutte le serie, la
rottura del canone, lo sconvolgimento del repertorio, la perversione
dell’alfabeto. Derrida suonava meglio in compagnia di Philippe Garnier e
Laurent Chalumeau. Più tardi ha avuto luogo la metamorfosi: la
biblioteca ha cominciato a crescere con nuovi titoli nati
dall’inseminazione reciproca. Sono così apparsi scaffali interi di
Pasolini e Joan Didion, di June Jordan e Claudia Rankine, di Susan
Sontag ed Elfriede Jelinek. Poi Virginie ha imparato a parlare spagnolo e
sono arrivati, simili a nuovi organi, Roberto Bolaño, Osvaldo
Lamborghini, Pedro Lemebel, Diamela Eltit e Juan Villoro. La biblioteca
diventava un mostro davanti al quale potevamo passare ore a giocare come
bambini, aggiungendo un Achille Mbembe qui e un’Emma Goldman là,
osservando l’anatomia in mutazione di questo corpo di finzione. La
biblioteca comune era vivente e cresceva con noi. La riproduzione che potremmo quasi definire sessuale delle nostre
biblioteche ha reso impossibile la separazione dei loro libri
quando abbiamo deciso di lasciarci e io di trasferirmi ad Atene. Questa è
la prova che la nostra biblioteca comune era molto più solida della
nostra coppia. Il nostro amore era un amore da libro. Non perché
corrispondesse a un racconto romanzesco, né perché la sua natura fosse
più fittizia che reale, ma perché ha unito i nostri libri in maniera più
durevole e definitiva dei nostri corpi. (Traduzione di Federico Ferrone)